Riserva umana

robot umanoide AI – US

Bill Gates ha usato un’espressione destinata a restare: Human Reserved. Una riserva umana. Come esistono territori che decidiamo di sottrarre allo sfruttamento pur disponendo dei mezzi per utilizzarli, così dovremmo cominciare a stabilire quali parti della nostra vita non intendiamo consegnare alle macchine. Non perché l’intelligenza artificiale non sia capace di entrarvi, ma precisamente perché lo sarà. La questione cambia natura: non riguarda più ciò che la tecnologia può fare, ma ciò che noi decidiamo che non debba fare.

È un passaggio enorme. Finora abbiamo concepito il progresso tecnico come una progressiva liberazione dalla fatica, dal rischio, dalla ripetizione. La macchina sostituiva l’uomo là dove il lavoro era pesante, pericoloso, meccanico. L’intelligenza artificiale rompe questo schema perché entra nel territorio che ritenevamo nostro: scrive, traduce, progetta, diagnostica, programma, elabora immagini, interpreta enormi quantità di dati, conversa. E mentre discutiamo ancora dell’AI generativa, la robotica sta dando a questa intelligenza un corpo.

La recente fiera della robotica di Pechino ne ha offerto un’immagine impressionante. La Cina sta investendo sui robot umanoidi e sulla physical AI con una velocità che in Europa fatichiamo persino a percepire. Robot che assemblano, trasportano, servono, ordinano, manipolano oggetti, svolgono attività domestiche. Alcuni sembrano ancora prototipi, altri sono già strumenti industriali. Conta poco stabilire quale modello arriverà sul mercato tra sei mesi o tre anni. Conta la direzione. L’intelligenza artificiale sta uscendo dallo schermo.

Entrerà nelle fabbriche, negli uffici, negli ospedali, nei negozi, nelle scuole e nelle nostre case. E lo farà più rapidamente di quanto siamo psicologicamente disposti ad accettare. Pensiamo al futuro come a qualcosa che arriva lentamente, concedendoci il tempo di adattarci. Non funziona più così. La tecnologia procede per accelerazioni e, quando raggiunge una soglia di convenienza economica e di facilità d’uso, si diffonde in pochi anni. È accaduto con internet e con lo smartphone. Accadrà con l’intelligenza artificiale e, probabilmente, con i robot.

Qui emerge la drammatica debolezza europea. Non siamo soltanto indietro nella produzione delle tecnologie decisive. Siamo indietro nella comprensione di ciò che esse produrranno. Mentre Stati Uniti e Cina investono capitali giganteschi nell’AI, nei semiconduttori, nell’energia e nella robotica, noi rischiamo di diventare gli eccellenti regolatori delle tecnologie inventate e costruite dagli altri. L’Italia aggiunge a questo ritardo una discussione pubblica ancora più povera, spesso incapace di andare oltre l’entusiasmo ingenuo o la paura.

Il lavoro sarà uno dei punti di rottura. Nessuno oggi può stabilire con precisione quanti mestieri scompariranno, quanti cambieranno e quanti nasceranno. Possiamo però vedere che una parte crescente del lavoro cognitivo e, con la robotica, anche di quello materiale diventerà automatizzabile. Amministrazione, contabilità, assistenza clienti, traduzione, programmazione, produzione di contenuti, logistica, manifattura: la trasformazione è già cominciata. Non significa la fine del lavoro, formula buona per i convegni e pessima per capire la realtà. Significa una redistribuzione radicale del lavoro umano e del suo valore.

E noi ci arriviamo con categorie del Novecento. La politica discute di pensioni, contratti, orari, sussidi e posti da difendere come se la struttura produttiva fosse destinata a restare sostanzialmente quella che conosciamo. I sindacati presidiano il lavoro esistente, perché è ciò che sanno fare. Molti imprenditori guardano all’intelligenza artificiale come a un software capace di ridurre qualche costo. Tutto comprensibile, tutto insufficiente. Se una parte rilevante della produzione materiale e intellettuale potrà essere affidata alle macchine, dovremo ripensare reddito, formazione, impresa, welfare, fiscalità e soprattutto il rapporto tra lavoro e identità personale.

Per farlo servirebbero pensiero e visione. Servirebbero filosofi prima ancora che legislatori. Non filosofi chiamati a commentare ciò che è già accaduto, ma persone capaci di interrogare il significato di ciò che sta accadendo. Abbiamo una straordinaria produzione di tecnologia e una scarsissima produzione di pensiero sulla tecnologia. La politica non colma questo vuoto. Da tempo ha rinunciato a immaginare il futuro e si è trasformata in amministrazione del presente, comunicazione, tattica elettorale. Sempre più spesso è il luogo nel quale la mediocrità trova rappresentanza, mentre proprio la velocità della trasformazione richiederebbe cultura, competenza e capacità di visione.

È qui che la Human Reserved di Gates diventa molto più interessante di una proposta sul mercato del lavoro. Dobbiamo chiederci quali territori dell’esperienza umana vogliamo preservare anche quando una macchina sarà tecnicamente in grado di occuparli. La cura di una persona, l’educazione di un bambino, la relazione tra medico e paziente, la responsabilità di una decisione, la creazione artistica, l’ascolto, l’amore, la morte. Il confine non può essere stabilito una volta per tutte e non coincide necessariamente con una professione. Riguarda qualcosa di più profondo: ciò che consideriamo costitutivo dell’esperienza umana.

Sarebbe un errore trasformare questa difesa in una battaglia contro la tecnologia. L’intelligenza artificiale può liberarci da quantità immense di lavoro inutile, accelerare la ricerca scientifica, migliorare la medicina, moltiplicare conoscenza e produttività. La robotica può sottrarre milioni di persone a lavori usuranti, pericolosi e privi di qualsiasi valore creativo. Sarebbe assurdo rinunciarvi. La questione è opposta: proprio perché la tecnologia sarà potentissima, dovremo diventare molto più precisi nel decidere dove vogliamo che si fermi.

Papa Leone XIV, intervenendo sull’intelligenza artificiale, ha posto il problema sul terreno giusto: il primato della persona, della coscienza, della libertà e della responsabilità. La tecnica non possiede un criterio interno capace di stabilire ciò che è bene per l’uomo. Può dirci come raggiungere un risultato, non perché quel risultato debba essere perseguito. È una distinzione antica che torna improvvisamente decisiva.

Per secoli abbiamo costruito macchine per fare ciò che noi non riuscivamo a fare. Ora stiamo costruendo macchine capaci di fare anche ciò che sappiamo fare benissimo. E presto potrebbero farlo meglio di noi. È qui che comincia la domanda che nessun algoritmo potrà risolvere al nostro posto.

Non dobbiamo più chiederci soltanto che cosa potranno fare le macchine. Dobbiamo decidere che cosa vogliamo continuare a fare noi, anche quando non saremo più necessari per farlo. Non per difendere un privilegio della specie, ma perché esistono esperienze che acquistano senso proprio nell’essere vissute da un essere umano.

nicolafangareggi.substack.com




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