Quando, nel 1789, la Rivoluzione francese scolpì nel lessico politico europeo il trinomio liberté, égalité, fraternité, il termine “uguaglianza” assumeva un significato preciso e radicale: abolizione dei privilegi, uniformità giuridica, universalismo dei diritti. L’égalité non era un principio sociologico ma normativo: tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge, indipendentemente dalla nascita. Era, in sostanza, una promessa di neutralità dello Stato.
Per oltre un secolo, questa idea ha costituito il fondamento delle democrazie liberali e, successivamente, dei sistemi di welfare europei. Anche le correnti socialiste e socialdemocratiche, pur criticando l’insufficienza dell’uguaglianza formale, non ne hanno mai abbandonato il nucleo universalistico: l’obiettivo era estendere concretamente quell’uguaglianza, non sostituirla.
La frattura teorica emerge nel secondo Novecento, e trova una sistemazione influente nell’opera di John Rawls. Con A Theory of Justice (1971), Rawls ridefinisce il concetto stesso di giustizia introducendo l’idea di “giustizia come equità” (justice as fairness). Il suo celebre “principio di differenza” stabilisce che le disuguaglianze sono giustificate solo se migliorano la condizione dei più svantaggiati. Non si tratta più, dunque, di garantire semplicemente diritti uguali, ma di valutare gli esiti delle istituzioni.
Questo passaggio è cruciale: l’uguaglianza smette di essere un punto di partenza e diventa un obiettivo mediato. La neutralità formale viene messa in discussione in nome di una giustizia sostanziale.
Nel mondo anglosassone, questa impostazione ha trovato un terreno fertile e si è progressivamente intrecciata con le teorie critiche della seconda metà del Novecento: studi post-coloniali, teoria femminista, critical race theory. Il risultato è uno spostamento ulteriore: dall’equità come criterio distributivo all’equità come riconoscimento delle differenze strutturali tra gruppi.
È in questo contesto che emerge ciò che oggi viene etichettato – spesso in modo polemico – come “cultura woke”. Più che un sistema teorico unitario, essa rappresenta una sensibilità politica fondata sull’idea che le disuguaglianze non siano solo economiche, ma anche simboliche, culturali e identitarie. L’equità diventa allora uno strumento per correggere squilibri radicati: non basta trattare tutti allo stesso modo, perché le condizioni di partenza sono profondamente asimmetriche.
Ne derivano politiche e pratiche che segnano una distanza crescente dall’universalismo classico: quote, azioni positive, linguaggi inclusivi, criteri differenziati di valutazione. L’individuo, soggetto astratto dell’égalité rivoluzionaria, lascia spazio a individui situati, definiti anche dalla loro appartenenza a gruppi storicamente svantaggiati.
Questo slittamento non è privo di tensioni. I critici osservano che l’equità, intesa in senso forte, rischia di trasformarsi in un principio selettivo, affidato a criteri spesso opachi e variabili. Se l’uguaglianza garantiva una misura comune, l’equità introduce una pluralità di standard, potenzialmente in conflitto tra loro. Inoltre, il passaggio dall’individuo al gruppo può indebolire l’idea di cittadinanza condivisa.
È qui che emerge con chiarezza la distanza rispetto alla cultura politica italiana ed europea continentale. In Italia, l’eredità della tradizione giuridica e costituzionale – dall’illuminismo al costituzionalismo novecentesco – resta profondamente legata a un’idea di uguaglianza come principio universale. Anche quando si parla di “uguaglianza sostanziale” (articolo 3 della Costituzione), l’intervento pubblico è pensato come rimozione degli ostacoli, non come differenziazione sistematica dei trattamenti.
Ma il punto forse più delicato – e oggi più controverso – riguarda l’estensione dell’equità oltre la sfera istituzionale, fino a investire direttamente la dimensione individuale. Se l’égalité operava principalmente sul piano delle regole comuni, l’equity tende a intervenire anche sui comportamenti, sui linguaggi, sulle aspettative e perfino sulle disposizioni morali dei soggetti.
In ambito etico, ciò si traduce in una crescente normatività dei codici culturali: ciò che è ritenuto equo non riguarda solo la distribuzione delle risorse, ma anche il modo in cui si parla, si rappresenta e si riconosce l’altro. In ambito politico, implica una ridefinizione del conflitto: non più soltanto tra interessi, ma tra visioni della giustizia che penetrano nella sfera delle identità personali. In ambito economico, comporta interventi sempre più mirati e condizionati, che incidono non solo sui redditi ma sulle opportunità concrete degli individui, talvolta differenziandole in modo esplicito.
Tuttavia, proprio qui emerge un nodo critico che non può essere eluso. Se l’equità tende a classificare gli individui in base a appartenenze, condizioni e vulnerabilità, il rischio è quello di ridurre la singolarità personale a una funzione della categoria di riferimento. L’individuo concreto – con la sua irriducibilità, la sua biografia, la sua libertà – può finire per essere interpretato principalmente come membro di un gruppo, destinatario di misure correttive pensate per quella categoria.
Una simile impostazione, pur animata da intenzioni redistributive e inclusive, introduce una tensione profonda con l’eredità dell’égalité: quella per cui ogni individuo vale in quanto tale, non in quanto rappresentante di una condizione. L’uguaglianza rivoluzionaria affermava una dignità astratta ma proprio per questo universalmente riconoscibile; l’equità contemporanea, nel tentativo di rendere giustizia alle differenze, rischia talvolta di istituzionalizzarle.
Ne deriva una domanda decisiva per le democrazie contemporanee: è possibile perseguire una giustizia più sostanziale senza compromettere il principio per cui ogni individuo resta, in ultima istanza, non pienamente riducibile a nessuna categoria? In altre parole, fino a che punto la correzione delle disuguaglianze può spingersi senza trasformarsi in una nuova forma di determinazione esterna dell’identità individuale?
Il passaggio da égalité a equity, dunque, non è solo una trasformazione del linguaggio politico, ma una ridefinizione del perimetro stesso dell’azione pubblica e della sua incidenza sulla vita degli individui. Ed è proprio in questo equilibrio instabile – tra giustizia delle condizioni e irriducibilità della persona – che si gioca oggi una delle questioni più sensibili del pensiero politico contemporaneo.






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