A Reggio Emilia, durante una festa di Carnevale organizzata dal centro sociale Casa Bettola, è comparsa una piccola ghigliottina di cartone. Due figure incappucciate hanno mimato la decapitazione di sagome con il volto della presidente del Consiglio Giorgia Meloni.
Conviene partire da qui: il livello culturale dell’operazione è pari a zero. Non c’è satira, non c’è elaborazione simbolica, non c’è pensiero. La ghigliottina come linguaggio politico è un riflesso condizionato da manuale di infantilismo antagonista. Non meriterebbe attenzione, se non fosse che — secondo quanto riferito — la scena si è svolta in presenza di bambini. E qui il registro cambia. Perché una cosa è la goffa teatralità di adulti in cerca di eco; altra cosa è la messa in scena della soppressione dell’avversario davanti a minori. Un bambino non ha bisogno di imparare che il conflitto si risolve eliminando simbolicamente il nemico. Ha bisogno di apertura mentale, di complessità, di spirito critico. L’indottrinamento precoce è sempre un atto violento: non perché inculchi un’idea, ma perché sottrae al futuro adulto la libertà di formarsene una propria. È pedagogicamente perverso, oltre che culturalmente povero.
Quanto agli autori della performance, attribuire loro una carica eversiva significherebbe sopravvalutarli. La messinscena è costruita per ottenere visibilità: telecamera, clip, social, rimbalzo mediatico. È un dispositivo elementare di autopromozione. Non c’è strategia politica, non c’è progetto. C’è domanda di attenzione, bisogno di riconoscimento, desiderio di gratificazione. È la grammatica narcisistica del nostro tempo applicata in forma caricaturale. C’è chi teme che da episodi simili possa germogliare una nuova stagione di violenza organizzata. Francamente no. I centri sociali reggiani sono realtà conosciute, presidiate, inserite in una rete di controllo formale e informale che affonda nella tradizione politica locale. Non siamo davanti ai prodromi di un’organizzazione clandestina. Il paragone con le Brigate Rosse è improprio per eccesso: quelle furono un’organizzazione strutturata, ideologicamente coesa e tragicamente pericolosa. Qui siamo nel teatro identitario di una marginalità urbana che, al primo vero salto di qualità, probabilmente arretrerebbe.
Ogni società complessa contiene segmenti che non riesce o non vuole integrare. Marginalità economiche, culturali, simboliche. Hanno bisogno di un racconto. Di un mito negativo. Di un Nemico potente e lontano che giustifichi la propria irrilevanza e insieme la riscatti. È un meccanismo antico: l’identità si costruisce per opposizione. Si sceglie una figura irraggiungibile e la si trasforma in emblema del Male. La ghigliottina, in questo schema, non è un’arma: è un totem.
Dentro questa cornice, ho trovato più interessanti le prese di posizione del deputato Andrea Rossi e dell’assessore Davide Prandi. Nella palude di un Partito Democratico locale privo di bussola, logorato da micro-conflitti personali e da una competizione per frammenti residuali di potere, ascoltare due voci che si sottraggono all’omertà del contesto merita attenzione. Non per ciò che difendono o attaccano, ma per il fatto stesso di rompere un consunto conformismo.
Del resto, la storia umana è attraversata da dissenzienti strutturali: gli asociali, gli irrisolti, gli invidiosi, i risentiti, quelli che non riescono a dire sì nemmeno a se stessi. Ogni polis genera il proprio villaggio periferico. C’è sempre chi si ritira ai margini per poter dire no al centro. Finché non viola la legge e non produce danni concreti agli altri, il fenomeno appartiene alla fisiologia delle società aperte.
Trovo il linguaggio di Casa Bettola buffo, sospeso tra echi di comuni hippie anni Sessanta e residui di simbologia comunista. Non mi appartiene. Ma rispetto chi lo frequenta, finché resta entro i confini della legalità. Siamo una comunità prospera, colta, fortunata. In un mondo attraversato da guerre vere e violenze reali, trasformare una sceneggiata carnevalesca in una questione epocale dice più della nostra fragilità che della loro forza.
Il punto non è difendere la ghigliottina di cartone. È rifiutare di attribuirle una profondità che non possiede. Ridimensionare non significa giustificare. Significa rimettere le cose alla loro misura. E la misura, in questo caso, è quella di un gesto povero, esibizionistico e pedagogicamente discutibile, ma politicamente irrilevante.






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