Martedì 10 febbraio, nella sua città natale di Reggio, si è spento Vasco Ascolini, fotografo di teatro fra i più riconosciuti sulla scena internazionale. Aveva 88 anni. La notizia della sua morte — per cause naturali — ha raccolto immediatamente attestati di stima da teatri, artisti e colleghi di mezzo mondo. È venuto a mancare uno dei pochi capaci di raccontare l’anima del palcoscenico con uno sguardo tanto acuto quanto sensibile. I funerali si sono svolti nella mattinata di mercoledì 11 febbraio in forma strettamente privata.
Ascolini non era soltanto un fotografo: era un interprete delle emozioni teatrali, un architetto di impalpabili tensioni luminose. La sua macchina fotografica non si limitava a documentare scene e attori, ma coglieva — con tempismo chirurgico e poetica visiva — l’istante in cui l’azione scenica superava se stessa e si faceva esperienza universale. Ogni scatto di Vasco era testimonianza vivente che il teatro, più di ogni altra forma d’arte, vive nel gesto e nella presenza, eppure svanisce un attimo dopo, come un’alba.
La sua carriera decollò negli anni Ottanta, quando, ancora giovane e già dotato di una rara maturità visiva, iniziò a collaborare con le principali compagnie italiane e festival europei. Con la stessa felicità con cui componeva un’inquadratura — attenta alla tensione drammatica e all’architettura dello spazio — seppe costruire relazioni profonde con registi e interpreti di tutte le generazioni. Da Carmelo Bene a Robert Wilson, da Patrice Chéreau a Éric Rohmer, furono molti i maestri delle arti sceniche che lo scelsero come testimone ufficiale delle loro produzioni.
Le sue fotografie — pubblicate su riviste internazionali, raccolte in volumi celebrati e esposte nei musei — non erano mai “immagini di scena”. Erano piuttosto ritratti dell’esperienza viva: figure sospese, occhi che interrogano, gesti in equilibrio tra tensione e abbandono. Nel suo lavoro, la luce non era solo strumento: era interlocutrice, materia prima e soggetto di pari dignità. Chi ha avuto la fortuna di osservare una sua stampa — dai neri profondi, dalle alte luci disegnate con rigore — sa quanta disciplina si celasse dietro quella grazia visiva.
Umile nel carattere, rigoroso nel mestiere, Ascolini amava ripetere che “una buona fotografia di teatro deve far ricordare non ciò che si vede, ma ciò che si è sentito”. Era una verità che coltivava con la dedizione di un artigiano e la curiosità di un poeta. Per generazioni di giovani fotografi è stato maestro discreto, capace di indicare non una tecnica, ma una via — quella dell’ascolto del reale e della fiducia nella propria sensibilità.
Lascia così un patrimonio inestimabile: immagini che continueranno a parlare, a provocare domande, a restituire frammenti di spettacoli ormai lontani ma ancora vitali. Se è vero che il teatro vive soltanto nel qui e ora della rappresentazione, Vasco ce l’ha fatto rivedere — fissandolo nell’eterno della sua fotografia.






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