Lavoravano 12 ore al giorno, sette giorni su sette, immersi tra umidità e muffa, per una paga irrisoria e senza alcuna tutela: è lo scenario degradante che hanno scoperto il Nucleo di polizia economico-finanziaria (Pef) della Guardia di finanza e il Nucleo ispettorato del lavoro (Nil) dei carabinieri di Reggio Emilia, durante un’operazione congiunta che ha portato al sequestro preventivo di beni per oltre 800.000 euro (tra cui sei conti correnti, un immobile e una Mercedes Glc) nei confronti di due imprenditori cinesi di 55 anni, denunciati con l’accusa di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro.
Stando a quanto emerso durante le indagini, i due indagati avrebbero assunto manodopera costringendola a sottostare a condizioni di grave sfruttamento, con retribuzioni a cifre decisamente inferiori a quelle stabilite dai contratti collettivi nazionali e violando sistematicamente le leggi in materia di orari di lavoro, sicurezza e igiene.
Uno dei due imprenditori, titolare di una ditta di confezioni con sede a Reggio, tra maggio 2023 e ottobre 2024 avrebbe sfruttato una quindicina di lavoratori, tre dei quali risultati anche irregolari sul territorio nazionale, facendoli lavorare per oltre 12 ore al giorno, senza riposi settimanali e in condizioni di lavoro precarie.
Il capannone aziendale, scarsamente illuminato, aveva un sistema di aerazione non funzionante, con conseguente presenza di muffa e umidità sulle pareti; i sistemi antincendio sono risultati inefficienti, e nessuno dei lavoratori era stato formato sui rischi professionali del mestiere. Il personale, inoltre, era stato alloggiato in appartamenti fatiscenti messi a disposizione dal datore di lavoro, con piccole camere ricavate grazie a pareti divisorie in cartongesso e bagni senza le minime condizioni igienico-sanitarie di base.
Nonostante una prima ispezione e la notizia delle indagini a suo carico, il titolare della ditta ha ripreso la produzione dopo sole due settimane con lo stesso personale di prima (anzi, con l’aggiunta di altri tre lavoratori “in nero”) e ignorando completamente le prescrizioni impartite dall’Ispettorato del lavoro per rimettere in sicurezza il capannone, finché per lui non è scattato l’arresto in flagranza di reato.
Secondo quanto previsto dall’art. 603-bis del Codice penale, è stato anche eseguito il sequestro di una somma corrispondente al presunto profitto illecito complessivo, quantificato dalla Guardia di finanza – basandosi sull’analisi dei conti correnti bancari e sulle informazioni fornite dagli stessi lavoratori sfruttati – in oltre 800.000 euro tra mancato rispetto del Ccnl per retribuzioni non corrisposte, mancati pagamenti dei contributi Inps e dei premi Inail e omesso versamento dell’Iva.






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