Amministrare non è un’opinione

Marco Massari sindaco di Reggio festa del Tricolore 2025 – CoRE

Amministrare una città non è un atto morale, né un esercizio identitario. È una disciplina. Come la medicina, l’ingegneria, l’economia. Presuppone conoscenza dei processi, a partire dal più elementare: lo scambio. Senza questa consapevolezza non si governa nulla, si improvvisa. E l’improvvisazione, nella cosa pubblica, si paga.

Dopo Mani Pulite è venuta meno una concezione storica della partecipazione politica. I partiti sono crollati, il ceto politico ha perso credibilità e non l’ha più recuperata. In questo vuoto, l’amministrazione locale avrebbe dovuto alzare l’asticella delle competenze. È accaduto l’opposto: si è scelto il criterio della fedeltà, non del merito.

Reggio Emilia ne è un caso di scuola. Il degrado sociale, economico e culturale che la città vive da inizio secolo non è solo figlio della globalizzazione o delle crisi esterne. Quelle ci sono, ovunque. Ma qui pesano soprattutto le scelte interne. Scelte sbagliate, reiterate, difese con ostinazione da un ceto politico locale che non ha mai fatto autocritica e continua a non farla.

La candidatura e l’elezione di Marco Massari nascono da un braccio di ferro irrisolto tra area sinistra e area cattolica del Pd. Un compromesso. In municipio è arrivato un medico stimato, certo. Ma anche un sindaco privo di qualsiasi esperienza amministrativa ed economica. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Le marchette della tv locale non bastano più a coprire l’evidenza.

Prendiamo il centro storico, di cui Massari ha parlato nei giorni scorsi. Le sue parole rivelano una cosa semplice e drammatica: lui e i suoi assessori non sanno come funziona una città contemporanea. Non hanno idea di cosa sia un’impresa commerciale. Non capiscono nulla di attrattività, di flussi, di viabilità, di accessi, di gestione degli spazi urbani. Forse hanno letto qualche libretto. Di certo non hanno mai aperto un’attività, assunto personale, rischiato capitale, prodotto valore. Non sanno cosa significhi generare lavoro e ricchezza condivisa.

Il mercato coperto è l’emblema di questo fallimento. Un’agonia lunga anni, gestita senza visione, affidata a figure che nulla avevano a che fare con il commercio reale. L’ennesima riapertura, annunciata come rinascita, sarà l’ennesimo flop, facile da prevedere. I reggiani non comprano più in centro e i turisti non ci sono. Punto.

L’esagono è arrivato fin qui per ragioni che affondano nei decenni passati, nell’incapacità cronica di leggere il presente. La vecchia sinistra, a cui Massari si ispira, non ha mai fatto i conti con il fallimento storico del comunismo. È rimasta ferma lì. Ha aperto la città a un’immigrazione incontrollata e mal gestita, arricchendo alcune cooperative sociali e producendo problemi enormi che oggi finge di non vedere. Ideologia e inettitudine insieme: una miscela micidiale.

Oggi i reggiani tornano in centro solo il sabato mattina. La “vasca” in via Emilia è scomparsa. La vita si concentra su piazza Fontanesi e via San Carlo, poco altro. I negozi chiudono e continueranno a chiudere. Si salveranno solo le gastronomie: perché garantiscono un minimo di socialità, perché i giovani escono per colazioni, aperitivi, serate estive. Il resto sparirà, con poche eccezioni.

Per fare la spesa ci sono i grandi Conad. I giovani vanno ai Petali. Zara vende perché è la regina del fast fashion. Questo è il mercato reale. Ignorarlo non lo farà sparire. Amministrare non è raccontarsi storie. È capire come funziona il mondo e decidere di conseguenza. A Reggio, da troppo tempo, si fa l’opposto. E i risultati si vedono.




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