La parola “Epifania”, che viene storpiata in “Befana”, viene dal greco e significa “manifestazione”. Per Natale, abbiamo la manifestazione di Gesù al popolo di Israele, rappresentato dai pastori, mentre oggi sono i magi a seguire la stella per giungere al Bambino e riconoscere in lui l’atteso di tutte le genti. Ciò che avviene in queste feste è mirabilmente riassunto dall’apostolo Giovanni nel prologo del suo vangelo: “La parola di Dio si è fatta carne e venne ad abitare in mezzo a noi e noi abbiamo contemplato la sua gloria” (1,14).
Bello, certamente. Ma sorge subito una domanda, avvalorata dal bilancio di un anno di guerre, violenze, ingiustizie: abbiamo contemplato la gloria di Dio o non piuttosto la sua impotenza? Che gloria può esserci in un bambino che nasce in una grotta e che, domani, verrà crocifisso, nel più completo abbandono? Lui, viene scritto, è la parola di Dio, cioè tutto quello che Dio ha da dirci: non una dottrina o una filosofia di vita, ma un fatto, un evento, nella sua terribile concretezza.
Eppure, un senso c’è: ce lo dicono i magi, questi vecchi sapienti, che si mettono in viaggio, seguendo una piccola luce. Che cosa hanno visto, in che cosa questo bambino è differente da tutti gli altri? Se vogliamo essere illuminati anche noi, dobbiamo fare quello che dice Giovanni: la gloria di Dio va “contemplata”. Non è sufficiente vedere, bisogna fermarsi, far tacere il rumore delle tante parole, dare un senso alle luminarie delle nostre città, riconoscendo che esse esprimono il desiderio di una luce più grande e più vera.
E qualcuno ci sarà, lo speriamo, che dia un senso alla musica, ai concerti, che non lasciano il vuoto, se si fondono nel grande concerto dell’universo: “Cantate inni al Signore con la cetra, con la cetra e al suono di strumenti a corde; con le trombe e al suono del corno, acclamate davanti al re, il Signore. Risuoni il mare e quanto racchiude, il mondo e i suoi abitanti. I fiumi battano le mani, esultino insieme le montagne, davanti al Signore che viene a giudicare la terra: giudicherà il mondo con giustizia e i popoli con rettitudine” (Salmo 98).
L’Epifania ci rivela un grande mistero. Di fronte ai grandi problemi dell’umanità, facilmente pensiamo che solo un grande intervento, di un dio o di un uomo non fa differenza, possa rappresentare la soluzione. Contemplando il Natale, ci viene detto che ai grandi problemi la risposta sta nelle piccole cose, nelle azioni modeste della nostra quotidianità. Se ci ostiniamo a cercare la risposta nelle cose grandi, a un certo punto abbandoneremo la ricerca, perché noi non siamo grandi, e ci scoraggeremo, anche se abbiamo cercato, sinceramente e con tutte le forze. La speranza nasce da una piccola luce: questa è la scelta di Dio, che pretende che la risposta ai grandi problemi sia un bambino, piccolo e povero, senza casa, senza calore, come i bimbi di Gaza.
Se però “contempliamo”, qualcosa possiamo capire. La pace, la giustizia, vengono dal cuore, e il nostro contributo sta proprio nel riformare, purificare, rendere saldo il centro della nostra persona. Altrimenti, quella che chiamano pace sarà soltanto una sospensione, in attesa della prossima conflagrazione.
Comprendiamo anche l’importanza della preghiera, nella quale riscopriamo la nostra povertà, ma anche la nostra dignità di figli, e l’ispirazione a ricercare sempre il bene comune, il bene condiviso con i più poveri. Oso dire che la preghiera è l’atto politico più importante che noi possiamo fare. Se noi chiamiamo politica il gioco del potere, prima o poi diventeremo complici, o almeno testimoni passivi, della violenza.
Vi auguro che la vostra ricerca continui: non lasciatevi sgomentare dalla grandezza del male e neanche dalle vostre cadute. È per questo che l’anno si apre con l’immagine di Maria. Una madre accoglie sempre, conforta e tutela.






Non ci sono commenti
Partecipa anche tu