Ascolto Beethoven e Rossini, amo la grande musica classica come amo i Beatles, i Pink Floyd, il prog inglese e Battiato, e potrei continuare a lungo, seguendo i mille rivoli del rock che hanno formato la mia generazione.
Per questo, senza bisogno di dimostrarlo a nessuno, posso permettermi di dire che ciò che produce Kanye West — o Ye, che dir si voglia — per il mio orecchio è immondizia indifferenziata: rumore travestito da provocazione, narcisismo elevato a sistema, marketing prima ancora che linguaggio. Non mi interessa redimerlo artisticamente, né salvarlo culturalmente.
Detto questo, pratico – con convinzione, non per posa – una cultura laica, aperta, non nostalgica. So bene che le generazioni si susseguono, che i codici cambiano, che ciò che oggi passa per autotune e trap non ha nulla a che vedere con la musica, e men che meno con la poesia. Ma se questo parla ai più giovani, se riempie i loro spazi simbolici, lo rispetto. Non lo nobilito, ma non lo demonizzo. Perché il vero provincialismo non è il cattivo gusto: è la pretesa di farne una questione morale universale.
E qui veniamo al dibattito reggiano sul concerto alla RCF Arena del prossimo 18 luglio. Un dibattito che, va detto senza infingimenti, è scivolato rapidamente a un livello tribale. Ci si divide come se fossimo di fronte a una scelta di civiltà: accettare o respingere l’artista come se Ye che indossa una svastica fosse improvvisamente meritevole di considerazione filosofica, o come se bastasse un veto simbolico per rimettere ordine nel mondo. Si litiga, ci si schiera, ci si riconosce per appartenenza, non per argomentazione.
In questo clima, le posizioni del sindaco Massari appaiono purtroppo il paradigma dell’ipocrisia istituzionale. Si tenta di indorare la pillola ai sacerdoti dell’Anpi, si parla un linguaggio doppio – rassicurante con tutti, convincente con nessuno – si finge di tenere insieme principi e opportunità come se non fosse evidente che il problema non è il concerto, ma la paura di scontentare qualcuno. Tutti, purché nessuno davvero.
Il risultato è grottesco: Reggio Emilia trattata come una microscopica enclave morale, chiamata a decidere cosa il mondo possa o non possa ascoltare. Come se una città, per quanto ricca di storia civile, avesse il mandato di certificare la purezza simbolica degli eventi globali. È una pretesa risibile, e insieme profondamente provinciale. Perché l’idea che la morale si eserciti per interdetti culturali è figlia di un’insicurezza antica, non di una tradizione forte.
Se Ye è un personaggio assai discutibile, lo è indipendentemente da Reggio Emilia. Se le sue provocazioni sono ignobili, lo restano anche con un palco spento. E se il pubblico è in grado di distinguere – come io credo – allora la politica farebbe meglio a smettere di recitare il ruolo del pedagogo imbarazzato.
Per favore, sforziamoci di alzare il livello. Uscire dalla tifoseria, abbandonare il lessico dell’emergenza morale, rinunciare all’illusione che la censura simbolica sostituisca il pensiero critico. Reggio Emilia non ha bisogno di dimostrare la propria virtù impedendo un concerto. Ha bisogno, semmai, di ricordarsi che la forza di una cultura sta nella sua capacità di reggere il dissenso, non di evitarlo.






curatevi…tutti….una volta c’era il San Lazzaro come struttura d’Eccellenza..!