Non so se tra le innumerevoli manifestazioni sociali-ricreative-piùomenoculturali proposte dal Comune di Reggio sia in programma qualcosa di adeguato per ricordare, a trent’anni dalla scomparsa, il più grande scrittore del Novecento con radici locali, ossia Pier Vittorio Tondelli.
Lo confesso: temo di no. Temo che la figura di Tondelli, peraltro celebrata in tutta Italia e in parte anche all’estero, non sia tecnicamente affrontabile dai nostri amministratori, persino dai più volenterosi. E dire che il trentennale tondelliano sta muovendo attenzione ai più alti livelli dell’editoria italiana, e non solo.
Il punto non consiste nella celebrazione banale di un anniversario. Consiste nella consapevolezza o meno di ciò che definiamo storia, letteratura, arte, in una parola: cultura. Ma Reggio, salvo preziose eccezioni, non è stata ancora capace di studiare Tondelli come altrove spesso accade. Il provincialismo retrivo che tuttora pervade l’ethos delle cosiddette teste quadre non riesce ancora ad affrancarsi da se stesso.
Tondelli faceva scandalo quarant’anni fa, per l’omosessualità esibita, la verve sopravvissuta dagli anni Settanta, il vitalismo felice degli anni Ottanta. Ma nel suo breve tracciato esistenziale non possono essere dimenticate la profonda fede cristiana, il senso pedagogico nella formazione di giovani autori, la prosa che narrava i cambiamenti della società e dei giovani.
Le pagine di Tondelli anticipavano gran parte degli eventi poi avvenuti nei decenni successivi. Ma nella piccola Reggio abituata a nascondere la polvere sotto il tappeto si preferiscono gli slogan quasi infantili, del tipo “la cultura non starà al suo posto”. Ci tornasse, semmai.






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