Nel lessico politico del Novecento la sinistra è stata una parola carica di destino. Non una semplice collocazione parlamentare, ma una promessa storica: progresso, emancipazione, giustizia. Dalla frattura inaugurata dalla Rivoluzione francese essa ha incarnato l’idea che la storia potesse essere piegata verso l’allargamento dei diritti e la liberazione dell’individuo dalle gerarchie dell’ancien régime. Non sempre ci è riuscita, spesso ha contraddetto se stessa, ma ha mantenuto un asse riconoscibile: il futuro come miglioramento possibile.
Oggi quell’asse si è indebolito fino a diventare intermittente.
La sinistra occidentale contemporanea sembra aver progressivamente smarrito la propria funzione propulsiva. Dove un tempo si immaginavano società nuove prevale oggi una postura difensiva, talvolta regressiva. Non più tensione al progresso, ma una forma di conservazione paradossale: non dell’ordine sociale, bensì delle proprie categorie interpretative. La critica al sistema non si traduce in progetto alternativo: si consuma semmai in un circuito autoreferenziale.
Tony Judt osservava che “la sinistra ha smesso di parlare di ciò che dovrebbe essere e si limita a gestire ciò che è”. È una diagnosi che oggi appare meno provocatoria e più descrittiva. L’opposizione al neoliberismo risulta regolarmente nominale, mentre manca una proposta coerente capace di ridefinire i rapporti tra Stato, mercato e società. Il risultato è una oscillazione tra adattamento e retorica, senza una linea di trasformazione riconoscibile.
Il riformismo, che nel secondo dopoguerra aveva costituito la grammatica di governo della sinistra europea, è stato progressivamente svuotato. Non sostituito, ma dissolto. In sua assenza emergono forme di radicalismo simbolico che non producono effetti strutturali, oppure derive populiste che adottano gli strumenti della semplificazione senza la solidità di un impianto teorico.
Sul piano culturale la mutazione è altrettanto evidente. La sinistra che aveva fatto della libertà individuale e dell’autonomia critica il proprio tratto distintivo appare oggi attraversata da nuovi conformismi. L’attenzione alle identità, inizialmente strumento di inclusione, si è in parte trasformata in un paradigma totalizzante che fatica a dialogare con l’universalismo che pure apparteneva alla sua tradizione. In questo slittamento si inserisce anche una crescente difficoltà nel rapporto con la propria storia. Che spesso si traduce in paranoica autopunizione.
Pascal Bruckner ha scritto che “l’Occidente è l’unica civiltà che insegna ai propri figli a disprezzarsi”. È un’affermazione che intercetta un fenomeno reale: una parte della sinistra tende a leggere l’eredità occidentale esclusivamente attraverso la lente della colpa, trascurando il fatto che proprio in quel contesto sono maturate le categorie dei diritti, della libertà individuale, dello Stato di diritto.
Questa ambivalenza si manifesta con particolare evidenza nei contesti urbani e multiculturali. Dalle università nordamericane influenzate dalle letture postcoloniali di Mahmood Mamdani fino ai quartieri europei come Molenbeek o alcune aree di Londra, e ormai pienamente in molte realtà italiane, emerge una tensione irrisolta tra integrazione e relativismo culturale. Nel tentativo di riconoscere l’alterità, si finisce per sospendere il giudizio su pratiche e visioni che entrano in attrito con i principi liberali. Entra in campo e finisce per prevalere il senso di colpa. Paradosso storico-ontologico: veniamo dalle civiltà che hanno costruito la libertà, la scienza, la filosofia, la conoscenza, l’economia, il diritto. Di questa eredità occorre essere consapevoli e responsabili.
Anche il pacifismo, storicamente ancorato a una etica della responsabilità, tende spesso a ridursi a postura dichiarativa. La condanna della violenza resta astratta, mentre si fatica a confrontarsi con le condizioni concrete in cui la pace deve essere costruita. La distanza tra principio e realtà diventa così un ulteriore elemento di fragilità.
Il tratto forse più evidente è l’assenza di una visione economica. In una fase segnata da trasformazioni tecnologiche profonde e da nuove disuguaglianze, la sinistra non riesce a produrre un paradigma alternativo che sia insieme competitivo e redistributivo. La critica resta, la proposta manca.
Viviamo giorni di guerre brutali e incomprensibili, ammesso che in chiave morale qualsiasi guerra possa essere giustificata. La geopolitica non sembra più bastare a comprendere il mondo: urgono nuovi strumenti di analisi nel caos globale e nelle relazioni di forza. Tuttavia non vi sono alternative a una consapevolezza disarmata e disarmante, anzitutto a partire da ogni singola individuale coscienza. Non saranno le tecnocrazie a definire i nuovi confini dell’essere umano, e la politica, per quanto indispensabile, non basterà.






Non ci sono commenti
Partecipa anche tu