Questo inverno che non finisce

piazza Fontanesi Reggio vuota

Finisce l’inverno ma non sembra. Lo scopri mentre le giornate si allungano: non ci sono tramonti da osservare, aperitivi da consumare, un crepuscolo che promette nuova vita nella sera e nel domani. Compulsi nella mente l’elenco sempre più folto di persone costrette in un letto di ospedale, fortunata lei se non in terapia intensiva, e scambi messaggi con chi alla malattia è a più ravvicinato contatto e non può nemmeno consolarsi trascorrendo le giornate al capezzale di chi soffre. Non sai niente, non c’è tempo per informarti. Quando va bene arriva una telefonata al giorno, ma tu dall’ospedale devi startene lontano e non puoi neppure telefonare. E sei fortunato perché ancora non è successo a te. Così presti attenzione al soffio di un battito cardiaco, a una tossetta prolungata, a un sapore di cibo che viene meno nel palato e che fatichi a riconoscere. Un po’ di angoscia, sino a che ti ritrovi in uno stato di benessere che ti rende consapevole di non aver contratto il virus. Forse. Ma quale battaglia. E a quale prezzo.

Non ne possiamo più, è vero, o forse si tratta solo di lamentele laterali. Vorresti essere solidale con ristoratori e baristi e non so più quante attività ridotte sul lastrico o comunque gravemente colpite a livello economico, eppure basta entrare nel loop della malattia per ribaltare la graduatoria delle urgenze e interiorizzare la paura, il dolore, la morte terribile per soffocamento. Si tralasciano i dettagli ed è anche un bene, di paura ne abbiamo già abbastanza. O invece no. Forse potremmo spiegare con precisione come si muore di Covid a quei molti che non indossano la mascherina, che minimizzano o che se ne fregano, o a quei nazisti inconsapevoli che teorizzano una pulizia benefica al genere umano la scrematura dei più deboli dalla società. Ora che il virus lo prendono tutti, compreso quel bambino di undici anni che sta lottando per vivere a Bologna, ti è passata la voglia di ascoltare certe abominevoli sciocchezze.

Meno male che c’è lo smartphone. È l’unico mezzo per restare in contatto con chi, preoccupato da una febbriciattola e dalla tosse, si è recato in ospedale e da lì non è più uscito. Magari è andato al Santa Maria Nuova ma non ha trovato posto e allora lo hanno portato a Guastalla. Finché è possibile ci si relaziona via whatsapp. Ma non vedi nessuno, se hai una famiglia la tua vita è sconvolta, non ci sono parenti o amici in visita, non ci sono alternative alla noia e alla paura. Intanto, meno male, un letto te lo hanno trovato, anche se lontano da casa. Poi pensi agli altri ospiti, quelli che il Covid per loro fortuna non ce l’hanno: non si entra in ogni caso, è tutto off limits, dovesse capitarti di morire accadrebbe in completa solitudine.

Soli dentro, soli fuori. L’inverno non finisce e si porta via amori, affetti, pezzi di vita che non avresti mai considerato tanto fragili. Avessi almeno una fede o un cuore in pace. Fortunato chi sa pregare, e fortunato soprattutto chi sa accettare.




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