«Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!»

Il Vangelo della domenica

Seconda Domenica di Avvento, Anno C – 9 dicembre 2018

Dal vangelo secondo Luca (Lc 3,1-6)

Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea. Erode tetràrca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetràrca dell’Iturèa e della Traconìtide, e Lisània tetràrca dell’Abilène, sotto i sommi sacerdoti Anna e Càifa, la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto. Egli percorse tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati, com’è scritto nel libro degli oracoli del profeta Isaia:
«Voce di uno che grida nel deserto:
Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri!
Ogni burrone sarà riempito, ogni monte e ogni colle sarà abbassato;
le vie tortuose diverranno diritte e quelle impervie, spianate.
Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!».

Tutto è in ordine sotto la pax romana: Cesare regna a Roma, i suoi procuratori e i suoi vassalli controllano ogni porzione – anche la più piccola – dell’impero. Alla gerarchia del potere corrisponde l’ordine religioso: Anna e Caifa garantiscono l’adesione delle coscienze e la benedizione di un Dio che ora può ritirarsi nel suo cielo: di Lui non c’è più bisogno, i suoi delegati provvedono all’universale tranquillità, che è il massimo della felicità possibile.

Credo che molti, oggi, guardino con invidia a questo stato di cose: il “nuovo ordine mondiale”, promesso dopo il 1989, non c’è, nonostante gli sforzi dei potenti; e il paradosso è che a Dio viene contestato di non intervenire per rimettere le cose in un ordine, che Lo renderebbe superfluo.

Alcuni pensano invece di ricevere una delega piena dal Supremo Reggitore e si presentano come i suoi giustizieri. Il nome di Dio viene associato a violenze orribili; ma alla violenza non si sa rispondere se non con la violenza.

Sarebbe necessaria la conversione: convertirsi vuol dire anzitutto mettersi in discussione, essere onesti con se stessi e riconoscere il proprio contributo al cumulo di male che grava sul mondo. Questo sarebbe già un buon inizio: incominceremmo a renderci conto di aver bisogno di essere guariti e salvati; cominceremmo ad attendere il liberatore e il Natale avrebbe un significato per noi.

Nonostante tutti gli orpelli dei quali lo abbiamo rivestito, il Natale mantiene in sé qualcosa di scandaloso: esso ricorda all’uomo la sua povertà, mettendogli davanti agli occhi la povertà di Dio. Questo amore inerme ci dovrebbe confondere e nello stesso tempo generare in noi la speranza. Possiamo credere l’impossibile, possiamo credere nella dignità di ogni uomo, possiamo credere nella pace e nella giustizia, possiamo credere nel perdono.

C’è un luogo che l’autorità mondiale ha abbandonato a se stesso, perché non vale la pena di controllarlo: il deserto. È lì, ai margini, che la parola di Dio “avviene” (così vien detto, alla lettera). Dio, respinto ai margini del mondo, dà inizio alla sua novità in quel margine.

Cesare non se ne accorge, certamente; ma vien detto che “ogni uomo vedrà la salvezza di Dio”. Un giorno anche Cesare la vedrà, nella persona del suo rappresentante Ponzio Pilato: gli sarà offerta in quell’uomo legato, ferito e coronato di spine.

A ogni uomo verrà offerta la possibilità di “convertirsi”, cioè di rientrare in se stesso, di rendersi conto della propria povertà, della radice di disordine che è in lui e che i suoi sforzi, anche i più generosi, non riescono a dominare; e, nello stesso tempo, dell’aspirazione a una felicità che non si accontenta di surrogati.

Chi è già ai margini, nel deserto della povertà, della malattia, del carcere, del dolore, ascolta più facilmente l’annuncio di Giovanni Battista; gli altri, in quel deserto debbono andarci. Molti, per Natale, fanno un viaggio verso i mari caldi; forse è meglio fare questo viaggio dentro se stessi e lasciare che anche in noi “avvenga” questa parola di perdono e di grazia.




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