Neppure la crisi o la guerra come il virus

Don Giuseppe Dossetti

Il virus ci ha fatto sentire tutti più poveri e più fragili. Non sto dicendo niente di nuovo, ma osservo con attenzione come stiamo reagendo, e io per primo, a questa esperienza davvero singolare, perché tocca tutti: neanche la guerra o la crisi economica hanno avuto una tale universalità.

L’aspetto più interessante è che ci ostiniamo a considerare questa vicenda come un intermezzo: cerchiamo di convincerci che prima o poi torneremo alla “normalità”, cioè alla situazione di prima.

In questa idea di intermezzo, c’è paradossalmente una grande verità: la nostra vita è in se stessa un intermezzo, tra la nascita e la morte. Ma noi viviamo come se questa nostra vicenda terrena dovesse essere eterna. Quando viene smascherata questa finzione, quando siamo messi di fronte al nostro limite, nasce l’angoscia. Come è possibile evitarla, quali dovrebbero essere i comportamenti di chi onestamente accetta la realtà, ma non vuole rinunciare alla speranza?

Ci può aiutare Giovanni il Battista, il profeta vestito di pelli di cammello, abitatore del deserto, dove l’uomo viene messo di fronte a se stesso. Egli dice di essere il precursore di uno più forte di lui, dichiara dunque la provvisorietà del suo ministero. La gente lo cerca e gli pone la domanda: “Che cosa dobbiamo fare?” (Lc 3,10). E’ una buona domanda, è l’inizio di un cammino di verità, perché dalla tristezza e dall’angoscia non si esce con delle parole, dei discorsi, ma con delle azioni. La verità non sta nell’azione, ma l’agire in un certo modo ci predispone all’incontro, al dono di un nuovo modo di vedere le cose.

Giovanni Battista propone dei comportamenti molto semplici, eppure grandemente efficaci: “Egli rispondeva loro: “Chi ha due tuniche ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare faccia altrettanto”. Vennero anche dei pubblicani a farsi battezzare e gli chiesero: “Maestro, che cosa dobbiamo fare?”. Ed egli disse loro: “Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato”. Lo interrogavano anche alcuni soldati: “E noi, che cosa dobbiamo fare?”. Rispose loro: “Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe””.

Egli propone anzitutto di evitare l’idolatria del denaro e l’abuso del potere e della forza. Ma, nelle sue parole, c’è anche molto altro.

Anzitutto, c’è il riconoscimento di una fraternità universale, “Fratelli tutti”, ci ha detto Papa Francesco. Se ci convinciamo di essere poveri, l’altro uomo ci appare più facilmente un compagno di strada, non un avversario col quale instaurare una competizione. E’ più facile che ci sentiamo responsabili dell’altro uomo, se riconosciamo in lui i segni di un dolore che anche noi sperimentiamo o abbiamo sperimentato, magari in modi diversi.
Ma poi, soprattutto, quando cadono le maschere degli idoli, quando avidità, denaro, potere si dimostrano incapaci di mantenere le promesse, l’azione generosa, la solidarietà fraterna ci orientano all’attesa.

Attesa di che cosa?, chiediamo a Giovanni il Battista. La sua risposta è chiara: “Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui io non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo”.

Questo è il contenuto dell’attesa del cristiano: è in questo modo che egli dovrebbe vivere il tempo che gli viene accordato. Si tratta di un intermezzo, certamente, tra un inizio e una fine; ma la fine è in realtà pienezza, è l’incontro con Colui che già adesso è presente, nascosto, è vero, ma raggiungibile da ognuno attraverso il colloquio della preghiera.

Ma che dire a colui che non crede, o a coloro che sono segnati da un dolore apparentemente insopportabile? Io credo che in ogni uomo ci sia, quanto meno, una domanda, una protesta, un’invocazione. Forse, con le stesse parole di Gesù: “Dio mio, perché mi hai abbandonato?”, o con le parole di Mosè: “Fammi vedere il tuo volto”(Es 33,19ss.). Credo anche che questo dialogo, che viene intrattenuto in qualsiasi modo con il Tu sconosciuto o avvertito come lontano, generi una certa leggerezza dell’anima, che è un altro nome della speranza. Ci sia concessa questa leggerezza, in questo difficile Natale: la provvisorietà del nostro tempo intermedio generi l’attesa, e l’attesa riconosca che Colui che deve venire è in realtà già vicino a noi, a noi poveri, a tutti coloro che, proprio perché si riconoscono poveri, si sentono in diritto di essere amati.




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