Dove siete finiti? Ditemelo voi, perché io vi cerco e non vi vedo. Non nelle piazze, non online, non nel solito carnevale dell’indignazione a orari stabiliti. Niente cortei, niente bandiere stirate, niente cori in rima baciata. Neppure una faccina arrabbiata, un tweet svogliato, un postino smarrito su Facebook. Il nulla. Il vuoto pneumatico dell’indignazione selettiva.
Eppure il mondo brucia. Sempre. Ma non ovunque allo stesso modo, pare. Vi vedo prontissimi, fulminei, quando Gaza chiama. Giusto, sacrosanto. Ma quando a Teheran ragazzi e ragazze vengono pestati, sparati, impiccati perché osano vivere, amare, togliersi un velo, dire “io”, allora niente. Spariti. Evaporati. Forse occupati. Forse stanchi. Forse improvvisamente neutrali.
In Iran non muore qualche principio astratto: muore la vita, carne e sangue. Cade la libertà elementare di essere se stessi. Cade il diritto di una donna a mostrare i capelli, di un uomo a non inginocchiarsi a una teocrazia marcia, di un popolo a non essere governato da corvacci in nero armati di kalashnikov e versetti. E quelli lì non lanciano razzi, non sequestrano civili, non fanno video propagandistici. Scendono in strada a mani nude. Cantano. Gridano. Scappano. Tornano. Rischiano la vita ogni minuto. Una vita vera, non quella filtrata da Instagram.
E allora dove siete, voi? Dove sono i professionisti della morale? I sindacati sempre pronti a scioperare contro il capitalismo ma distratti davanti alla forca? I ragazzi con la kefiah standard, i sindachini progressisti, gli intellettuali da salotto buono e luci giuste? Dove sono gli amici del circolino, i reduci eterni del ’68, i fuori corso della rivoluzione, quelli che confondono il coraggio con la comfort zone?
Ma forse è meglio così. Meglio il silenzio che l’ipocrisia. Meglio l’assenza che la posa. Meglio che restino rintanati questi maestrini ben nutriti, col culo nel burro, appesi a una prebenda, arruolati in qualche coop, innamorati di ogni causa purché lontana e innocua. Ogni rivoluzione va bene, purché non costi nulla.
La verità è semplice e fa male: la meglio gioventù oggi non sta sotto i portici, né nei talk show, né nei cortei telecomandati. Sta a Teheran. Sta nelle strade dove si muore davvero per vivere davvero. E non chiede lezioni, non vuole testimonial, non aspetta applausi. Fa quello che dovrebbe far tremare chi si riempie la bocca di diritti: lotta per la libertà. Quella vera. Quella che non ha sponsor. Noi, intanto, restiamo qui. Zitti. E questo silenzio, ormai, ha un nome solo: vigliaccheria.






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