Fakir, scontro sulla cocaina: “Dose non letale”, “No, è la possibile causa del decesso”

fasi intervento contenitivo su Abderrahim Fakir – LA7

A Bologna è scontro sui dati tossicologici emersi dalle analisi che hanno rilevato cocaina nel corpo di Abderrahim Fakir, l’uomo marocchino di 42 anni morto lo scorso 19 luglio in via Svevo, nel quartiere Pilastro, durante un intervento “contenitivo” da parte di due agenti della Polizia di Stato, che lo hanno immobilizzato a lungo a terra, in posizione prona (a pancia in giù), con le ginocchia sulla schiena: quando i due poliziotti si sono rialzati, il quarantaduenne era ormai senza vita.

Le dosi di sostanza stupefacente riscontrate “sono rilevanti, come ci aspettavamo”, ma il tasso “corrisponde alla metà della quantità che, per letteratura, può essere causa di morte autonoma”, sostiene Fabio Anselmo, l’avvocato che assiste la famiglia Fakir. Per l’avvocato, che ha affidato il suo commento all’agenzia di stampa Ansa, “è indubitabile che senza la componente asfittica non sarebbe morto in quelle circostanze di tempo e di luogo”.

Di diverso avviso l’avvocato Gabriele Bordoni, legale difensore dei due agenti: dalle analisi tossicologiche, dice, “emerge un consumo di cocaina protratto per molto tempo in prossimità” (cioè sarebbe stata assunta da Fakir a più riprese nelle ore precedenti alla sua morte) e “un valore di metabolita, per la scienza, mediamente superiore a quello letale”.

Nel frattempo, la Procura di Bologna ha annunciato che estenderà la consulenza informatica disposta sul cellulare di Fakir – affidata all’ingegnere Giuseppe Ferraro – anche a un secondo telefono, che inizialmente non era stato rintracciato: nei dati che saranno estratti dal dispositivo i magistrati sperano di trovare informazioni utili sulle condizioni di salute del quarantaduenne marocchino.

L’ipotesi di reato resta per ora quella di omicidio colposo. Sulla vicenda è stato aperto un fascicolo di indagine che ha portato all’iscrizione nel registro cosiddetto “modello 45-bis” le sei persone che hanno preso parte alle diverse fasi dell’intervento: i due poliziotti, appunto, e i quattro soccorritori della Croce Rossa arrivati in via Svevo quel giorno.



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