L’attacco sferrato nella mattinata di sabato 28 febbraio da Israele e Stati Uniti contro l’Iran, che ha portato all’uccisione della Guida suprema del Paese, l’ayatollah Ali Khamenei, ha scatenato l’immediata reazione di Teheran, portando a un weekend di fuoco incrociato tra Iran e Israele.
Anche lunedì 2 marzo la situazione è in continua evoluzione: quel che resta del regime iraniano, decapitato dalle bombe israelo-statunitensi, ha lanciato attacchi con missili e droni non solo contro Gerusalemme ma anche contro Emirati Arabi Uniti (Dubai e Abu Dhabi), Qatar (Doha) e Bahrein, dove si registra anche un morto.
Ma il conflitto in Medio Oriente non è limitato all’Iran. Nella notte tra domenica e lunedì l’aviazione israeliana ha colpito obiettivi nel sud del Libano e la capitale Beirut, in risposta a un precedente lancio di razzi e droni verso il nord d’Israele da parte di Hezbollah (che ha rivendicato l’attacco come “rappresaglia per il sangue innocente di Ali Khamenei”): secondo il Ministero della salute libanese, ci sarebbero 31 morti e 149 feriti.
Sul fronte statunitense, il presidente Trump sostiene che nei raid del weekend sarebbero stati uccisi 48 leader iraniani, sia religiosi che militari, e ha annunciato colloqui con la nuova leadership iraniana “su loro richiesta”; trattativa smentita, però, dal capo della sicurezza di Teheran Larijani, secondo il quale l’Iran “non negozierà con gli Stati Uniti”. Entro un paio di giorni, in ogni caso, è prevista la nomina della nuova Guida suprema della teocrazia iraniana. Il conflitto, ha aggiunto Trump, “potrebbe durare quattro settimane”.






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