Massari insiste, Reggio paga

Marco Massari e Francesca Albanese al teatro Valli Reggio con il Primo Tricolore – CoRE

Massari non ha commesso un errore. È stato coerente con la sua idea di fare il sindaco: poca amministrazione, una visione da protosinistra, molta politica e qualche velleità nazionale. La vicenda delle scuole ebraiche porta questa concezione alle sue conseguenze estreme. Per questo la parola «errore» è inadeguata. Un errore si corregge. Qui bisognerebbe cambiare il modo di pensare il proprio ruolo.

Aveva cominciato con Francesca Albanese. Volle premiarla, finì rimproverato sul palco per aver ricordato gli ostaggi israeliani e fece ridere l’Italia una prima volta. Con Reggio Children è andata peggio. La figura del sindaco è diventata la figura della città, il suo fallimento politico un disastro internazionale. Il messaggio arrivato nel mondo è semplice: Reggio Emilia discrimina gli insegnanti ebrei. È arrivato perché questo è accaduto. Agli ospiti ebrei è stata chiesta una dichiarazione politica sulle responsabilità del governo israeliano. La richiesta aveva un carattere antisemita, anche se formulata nella capitale dell’educazione democratica e accompagnata da tutte le migliori intenzioni del repertorio.

Massari e i suoi vivono in una bolla sempre più ristretta. Dentro, continuano a riconoscersi, rassicurarsi, spiegarsi che sono stati fraintesi. Fuori, la vicenda è leggibile senza bisogno di interpretazioni pedagogiche. Il sindaco prima assicura che non sono stati chiesti esami politici, poi ammette il tentativo di concordare una dichiarazione su Gaza. Infine si scusa con chi «non si è sentito accolto». Quasi che il problema fosse la sensibilità degli ospiti, anziché la condotta di chi avrebbe dovuto riceverli.

Il disastro non è rimediabile con una lettera. La fiducia internazionale compromessa non torna per decreto e le relazioni di Reggio Children non si ricostruiscono affidandole alle stesse persone che le hanno distrutte. Una reputazione può sopravvivere per decenni nelle istituzioni e dissolversi in pochi giorni nelle mani dei loro dirigenti. Il conto resta ai cittadini, agli educatori, a chi ha lavorato per costruirla.

Anche il mondo dal quale Massari si aspettava comprensione ha riconosciuto la gravità dell’accaduto. Serra ha respinto gli esami di purezza, Lerner la richiesta di abiura. Il Pd locale ha preso le distanze dalla gestione della vicenda. Perfino Elly Schlein ha taciuto. Un silenzio pesantissimo: il sindaco di una delle città simbolo della sinistra italiana travolto da un caso internazionale di antisemitismo, senza una difesa della segretaria nazionale.

Che Massari sia politicamente finito lo sanno tutti, a cominciare dal Pd. Lo abbiamo già scritto. Il problema è che la fine politica di un sindaco non coincide con la fine del suo mandato. E il partito non può permettersi di accompagnarlo alla porta alla vigilia delle elezioni politiche. Dovrebbe ammettere il fallimento nella propria città-dispensa.

Reggio continua a essere una riserva di cassa, un tesoretto di voti affidabili, un luogo dal quale si pretende molto e nel quale agli amministratori si chiede poco. La festa nazionale dell’Unità può mettere radici qui perché sopravvive un sistema di appartenenze, interessi e controllo sociale che garantisce continuità anche quando la qualità del governo scende sotto il livello di guardia. Si può candidare Topo Gigio e farlo eleggere. Poi, però, qualcuno deve amministrare.

Massari ha davanti quasi tre anni. Un’eternità. Il Pd ha dunque un sindaco nel quale non può più riconoscersi senza imbarazzo e dal quale non può separarsi senza danno. Ai reggiani toccherà, come sempre, subire e tacere. La stabilità del sistema viene prima della qualità dell’amministrazione; la convenienza del partito prima dell’interesse della città.

La situazione reale è più grave di quanto emerga dai media, compresi quelli esterni al circuito cooperativo e politico dominante. Lo si comprende dal modo in cui vengono accolte le critiche: insofferenza, aggressività, annunci di azioni legali. Comportamenti che rivelano una concezione gravemente antidemocratica del rapporto fra potere e opinione pubblica. Chi governa sembra considerare la libertà di espressione una concessione da revocare quando il giudizio diventa scomodo.

L’assessora Mahmoud ha annunciato iniziative legali. Se ritiene di avere elementi, dia seguito alle sue parole: nelle sedi competenti si discutono fatti e responsabilità, e anche chi denuncia deve rispondere delle proprie affermazioni. L’annuncio usato come intimidazione politica resta invece una prova di arroganza. Per fare l’assessora all’Educazione servirebbe cominciare dal diritto costituzionale, con particolare attenzione alla libertà di manifestazione del pensiero.

L’errore, dunque, è stato del centrosinistra: avere scelto Massari. Lui ha seguito la propria concezione del mandato fino a renderne evidenti tutte le conseguenze. Ora il partito dovrebbe correggere la scelta. Ma correggerla significherebbe confessarla. E così il tempo di Massari è scaduto, mentre quello che resta da scontare sarà tutto dei reggiani.




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