Mandato zero, credibilità pure

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Con l’abolizione del vincolo dei due mandati il Movimento 5 Stelle ha definitivamente chiuso ogni segno di diversità rispetto agli altri partiti. Di fronte alla prospettiva di lasciare incarichi parlamentari e amministrativi la gran parte del gruppo dirigente grillino ha ottenuto la liberatoria dalla base, che si è espressa tramite la piattaforma di gestione interna, e ora può tornare a respirare. Politici come gli altri, né meglio né peggio, intenzionati a rimanere alle proprie poltrone per il tempo più lungo possibile.

Scivolano come acqua su pietra le accuse di tradimento che compaiono sui social: chi avesse creduto alle intenzioni di Casaleggio padre, che difficilmente avrebbe accettato un simile cambio di rotta, può accomodarsi subendo l’accusa di eccessivo romanticismo. Sui due mandati si era scherzato, dunque la Raggi può ricandidarsi a Roma e di conseguenza potranno farlo tutti gli altri, compreso chi siede in Parlamento dal 2013 (e chissà quando se ne andrà).

Ma la svolta di maggiore rilievo politico vidimata dal voto su Rousseau riguarda il via libera alle alleanze con altri partiti a livello locale, il che corrisponde alla necessità del M5S di stringere con il Pd non solo un accordo transitorio di governo bensì un’alleanza strategica. Si chiude la stagione dei tre poli e si ripropone una dialettica politica ed elettorale tra centrosinistra e centrodestra. L’accordo con i dem è necessario ai Cinquestelle anche per limitare il potere di Giuseppe Conte e il potenziale assorbimento da parte del premier di milioni di voti grillini in libera uscita.

Conte si accredita come uomo della Provvidenza: venuto dal nulla, sventola la gestione dell’emergenza pandemica come una bandiera di riconoscibilità di una leadership in sé superiore alle basse vicende della politica quotidiana. Il profilo istituzionale dell’avvocato di Foggia si è progressivamente spinto verso una rotta super partes che terrorizza il gruppo dirigente grillino, a iniziare da Di Maio (che del Movimento vorrebbe riprendere la guida). Intestarsi l’accordo politico con i democratici significa indebolire Conte e riportarlo a dover mettere in discussione una premiership che egli stesso vorrebbe rendere intoccabile.

In questo disegno spicca il silenzio del Pd. Possibile stabilire un’alleanza strategica con chi ti ha chiamato “mafioso”, “ladro” e le altre peggio cose sin dalla sua nascita? E il Pd, forte dei sondaggi che lo vedono primeggiare ampiamente sui 5Stelle, sarà in grado di individuare un’alternativa credibile o finirà per accettare la ricandidatura a premier di Conte per mancanza di concorrenti? Domande oggi senza risposta, ma che presto dovranno essere affrontate da Zingaretti e compagni.

Ai quali gioverebbe un’iniziativa politica da troppo tempo latitante: qualcosa come un congresso stile vecchi tempi, che indicasse con chiarezza quale direzione intenda dare il Pd alla propria esistenza, cosa, come e con chi. Perché al momento ciò che unisce quel partito non è altro la volontà di restare al governo. C’è qualcosa di andreottiano in questo Pd: tirare a campare è pur sempre meglio che tirare le cuoia.