La giustizia e la gogna

Matteo e Tiziano Renzi

E venne il giorno del giudizio. Anzi, di due. Il popolo dei Cinque Stelle ha detto sì, che vuol dire no, all’autorizzazione a procedere per Matteo Salvini. La Procura di Firenze, sulla base di un’indagine iniziata – chissà perché – a Cuneo, ha disposto l’arresto ai domiciliari per la mamma e il papà di Matteo Renzi in base a un’ipotesi di reato che il carcere manco lo prevede come condanna.

Giorno di strane coincidenze, di intrecci tra politica e giustizia. Comincio dal primo Matteo, padrone assoluto del governo, il cui capo pare cinto dall’alloro della vittoria permanente, inquisito per il caso Diciotti. La Procura di Catania aveva chiesto al Senato l’autorizzazione a procedere ipotizzando il reato di sequestro di persona dei migranti tenuti a forza sulla nave in territorio italiano. I Cinque Stelle, da sempre favorevoli a considerare i parlamentari alla stregua di tutti i cittadini, stavolta hanno fatto un’eccezione. Tutti i parlamentari sono uguali a tutti i cittadini tranne Salvini, perché governa coi Cinque Stelle.

Lo ha deciso la rete sulla piattaforma intitolata al filosofo pre-romantico Rousseau, quello che non a caso inseguiva il mito dell’uomo primitivo e del contratto (non di governo, ma) sociale, con meno del 60% di voti favorevoli alla salvezza di Salvini e del governo.

Contemporaneamente una tempesta si è abbattuta sulla famiglia Renzi. Papà e mamma sono finiti agli arresti domiciliari nella loro casa di Rignano, per reati che parlano anche di bancarotta fraudolenta per tre cooperative fallite che sarebbero risultate fittizie e sulla quali sarebbe stato scaricato parte del peso finanziario della società Eventi6, di proprietà dei due.

Il clamore, come sempre avviene in queste circostanze, non deriva dall’indagine i cui risultati, se vi sarà un rinvio a giudizio, passeranno al vaglio dei processi, ma dalla misura cautelare: che in Italia, come é noto, dovrebbe essere comminata in base a sole tre condizioni (il pericolo di fuga, della reiterazione del reato, dell’inquinamento delle prove), ma che spesso viene utilizzata a totale arbitrio dei magistrati. L’arresto preventivo è lo scoop che prende l’attenzione, è il solo modo per colpire un inquisito e darlo in pasto alla pubblica opinione. È il marchio, quello delle manette, vere o solo virtuali come in questo caso, che quasi mai si cancella.

In questo caso si tratta invero di ipotesi di reato che risalgono al 2015 e sono trascorsi quattro anni. Che pericolo di inquinamento delle prove potrebbe sussistere oggi? Difficile non rapportare l’efficacia di questa misura alla popolarità del figlio degli inquisiti.

Ancora una volta verso esponenti politici, spesso in difficoltà, taluni magistrati paiono sollecitati ad affondare il colpo. Resta a mio giudizio vera l’affermazione di Berlusconi che, nel solidarizzare con Renzi, gli ha rimproverato la scarsa disponibilità del suo partito a una radicale riforma della giustizia, a cominciare dalla separazione delle carriere e dalla custodia preventiva; riforma che però anche il centro-destra, nei lunghi anni della sua permanenza al governo, non ha mai varato.

I socialisti e i radicali nel 2007 – io ero uno dei firmatari – depositarono alla Camera un testo sulla separazione delle carriere tra magistratura inquirente e giudicante. I socialisti e i radicali sono stati promotori qualche anno fa di diversi referendum sulla giustizia che cambiavano sostanzialmente i termini dell’uso del carcere preventivo. Tutto è rimasto come prima.

Non si può pretendere che la magistratura calcoli le conseguenze dei suoi provvedimenti, ma si deve pretendere che la magistratura non emani provvedimenti in base alle conseguenze che provocano. Troppo spesso magistrati sconosciuti sono diventati famosi grazie a inchieste clamorose e a decisioni finite in prima pagina.

Gli eroi di Tangentopoli – da Di Pietro a Borrelli, Davigo, Colombo, D’Ambrosio – erano magistrati sconosciuti. Due di loro sono diventati parlamentari, uno ministro, uno presidente dell’Anm, due hanno scritto libri di successo con lauti guadagni. Chi conosceva l’attuale sindaco di Napoli De Magistris prima dell’arresto della moglie dell’ex ministro Mastella? E chi la pur coraggiosa Boccassini prima del processo a Berlusconi?

Peccato che qualcuno si accorga di tali distorsioni solo quando viene coinvolto più o meno personalmente. Proposta indecente. Perché i due Matteo, anziché accusare ognuno per conto suo, e più o meno palesemente, i magistrati di essere politicizzati, non varano provvedimenti contro la politicizzazione dei magistrati? Adesso che sono stati colpiti l’avranno capito?



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