Parlare del Pd in Emilia significa parlare del Partito con la p maiuscola ossia il Pci, la forza di riferimento per chiunque sia nato nel Novecento e ancora a questo mondo, il partito-mamma come fu in Italia la Democrazia Cristiana durante l’intera Prima Repubblica.
Da queste parti lo switch tra Pci e Pd è stato e rimane indolore nonostante la molta acqua passata sotto i ponti. L’Emilia è questa, a maggioranza di sinistra ma più specificamente comunista, anche se quasi nessuno più accetta di definirsi tale: di comunismo si deve parlare senza nostalgia ma con estremo rispetto, come se si dicesse di un congiunto scomparso troppo presto. Il senso di appartenenza al mito di Marx prima e di Lenin poi viene coltivato e protetto nelle coscienze di decine di migliaia di orfani i quali, quasi tutti almeno, hanno imparato a sentirsi tali senza tuttavia arrendersi. Non si chiama più Pci, ma il Pd è roba nostra.
Anche per questo, soprattutto per questo i tanti che si sono sforzati di entrare nel partito fondato da Veltroni dopo anni di sperimentazioni inconcludenti stentano a riconoscersi in una identità liquida, come oggi si ama dire. Hanno patito Renzi sino al tonfo elettorale, vorrebbero un segretario forte, carismatico, intoccabile. Invece gli è capitato Zingaretti affiancato da un imbarazzante Bettini ripescato dagli ozi thailandesi, amici da ragazzi, perfetti ritratti di quel romanocentrismo che al Pci e poi al Pd non ha mai saputo vincere.
A cosa serve, oggi, il Pd? Non lo capisce nessuno, in realtà, fatto salvo appunto realtà storicamente egemonizzate come l’Emilia nelle quali il partito è rimasto in piedi come punto di riferimento per i poteri nel territorio. Confindustria, per dire, quando deve dialogare con le istituzioni locali non ha certo bisogno di guardare a destra: tratta con chi comanda, ovviamente, e chi comanda in Emilia rimane il Partito, sia pure nella formula dimagrita del Pd.
Faticano, i democratici odierni che si sentono eredi del tradizionale buon governo del Pci, a comprendere il senso dell’alleanza strategica con i grillini, alla guida dei quali si accinge a muoversi il presidente del Consiglio defenestrato Giuseppe Conte. A sostegno assoluto e gratuito del governo cosiddetto giallorosso i vertici democratici si sono spesi oltre ogni ragionevole previsione, annunciando “O Conte o elezioni” durante la pre-crisi dei mesi scorsi e prefigurando nel sedicente Avvocato del Popolo nientemeno che un ruolo di federatore delle forze progressiste.
Zingaretti e compagni hanno portato acqua dalla nascita del Conte2 a un signore che oggi si mette alla guida del più vicino partito concorrente. La circostanza è segnalata nei sondaggi, dove si nota un trasferimento di voti dal Pd ai grillini di una quota di elettori pari a circa il 5%, sufficienti a resuscitare il movimento del vaffa e ad affondare il Pd, collocato a un impensabile quarto posto.

Si dice che i sondaggi non contino e che i risultati si vedano alla fine, e naturalmente è così. Rimane sul tavolo la domanda: dopo avere sostenuto Conte e avere fatto nascere addirittura un intergruppo di consultazione permanente al Senato con il gruppo grillino e quel che resta di Leu, ora che è al governo con la Lega cosa pensa di fare questo agglomerato di correnti e leaderini denominato partito democratico?
C’è una candidatura in pectore di Stefano Bonaccini alla segreteria, su posizioni riformiste e dunque non grilline, eppure di congresso o di primarie – dice Zingaretti – non si parlerà fino al 2023. Nel frattempo si continuerà a portare acqua a un’alleanza destinata a vincere (forse) in qualche grande città, al prezzo di applaudire l’ambizioso Conte e a subirne, direttamente o meno, la leadership nell’alleanza.
L’improvvido innamoramento per mere ragioni di potere con un’area populista nata per accusare proprio il Pd delle peggio cose viene oggi a galla come un’operazione senza prospettiva. Il partito di Conte si definisce “moderato e liberale” – sì, proprio loro, che gridavano “mafiosi” ai dem e molto altro.
I moderati liberali si-fa-per-dire saranno concorrenti del Pd per la guida di una sopravvissuta area di centrosinistra, e ne dreneranno certamente consensi. Zingaretti resterà fermo, immobile come il semaforo di quella famosa satira su Prodi. Sarà magari costretto a radicalizzare qualche posizione per distinguersi da Conte, ovvero buttarsi a sinistra. Sempre che una sinistra di governo, e non di sola testimonianza, a quel punto esista ancora. Ma rimarrebbe comunque isolata e le destre tornerebbero a vincere.







Ultimi commenti
Abitando a Reggio Emilia , o come la chiamo io Peggio Emilia, condivido pienamente quanto scritto da Alberto Guarnieri. Complimenti anche per la prosa
Speriamo!
Non la conosco, ma quanto snobismo nelle sue parole... da vero provinciale. E insultare i morti, beh... Siamo provinciali, è vero, ma non fingiamo di […]
Dopo l' omaggio ad una certa albanese, il nostro vessillo finisce leggermente svalutato
ma come mai in tutte le foto i bambini sono caucasici ? Non e' neanche lontanamente la fotografia "reale" di Reggio e dell'Italia di oggi..... quando accompagno