Il miracolo richiesto a Draghi

Mario Draghi vs Sergio Mattarella

L’asse portante del governo Draghi sarà costituito dai ministri considerati tecnici ai quali spetteranno elaborazione e gestione del Recovery Plan. Franco, Cingolani, Colao, Giovannini: supermanager da un lato, grand commis dello Stato dall’altro, e poi soprattutto lui, acclamato salvatore della Patria, certamente l’italiano più adatto a rappresentare l’Italia in Europa e nel mondo, hanno la responsabilità di portare il paese fuori dalla crisi sanitaria e soprattutto dalla crisi economica in cui si è trovato a versare nell’ultimo biennio.

Dalla compagine tecnica è lecito attendersi un lavoro silenzioso e proficuo, secondo lo stile del nuovo premier: sobrietà, nessun protagonismo, predilezione per il low profile, poche parole all’esterno o nessuna addirittura. Non sarà difficile ottenere dall’asse preferenziale di palazzo Chigi quell’algido distacco che si vorrebbe come cifra stilistica del governo. I ministri non posseggono, o comunque non usano, i social network. Commentatori e giornalisti si ritrovano spiazzati: e ora, che raccontiamo?

Anni di comunicazione affidata ai social hanno abituato gli addetti ai lavori a un continuo flusso di notizie prese a piene mani dai profili Facebook o dagli account Twitter. Ciò è dipeso anche dall’abbassamento dell’età media dei governanti: per i Letta, i Renzi, i Di Maio, i Salvini l’utilizzo dei social è da tempo la normalità. Draghi ha 73 anni e neppure una posizione social aperta. Ha detto: “Prima facciamo, poi comunichiamo”, il contrario di ciò che abitualmente fanno i politici. Questa è la prima rivoluzione, sempre che duri e diventi abitudine.

Sarà interessante capire se il low profile sarà accettato dalla politica e dai media. Scommetterei di no. Più della metà dei ministri e certamente dei nuovi sottosegretari sarà di estrazione strettamente politica, selezionata col manuale Cencelli alla mano. Nella maggioranza ci sono tutti tranne la Meloni, una micro-porzione di sinistra e forse un gruppetto di grillini dissidenti. È immaginabile che la sola presenza di Draghi ai vertici della vita pubblica possa modificare le abitudini di un sistema caciarone e pittoresco come quello italiano?

Improbabile che accada. Più facile che, volenti o meno, i partiti ma non solo si lascino trascinare dalla follia dichiarazionista di questi tempi. Pensiamo solo al consigliere del ministro Speranza, l’improvvido Ricciardi: non aveva ancora capito che la ricreazione è finita, così ieri si è lanciato invocando un nuovo lockdown per tre o quattro settimane, raccogliendo un mare di contumelie social e la riprovazione generale.

Temo che Draghi dovrà subire qualche dispiacere proveniente dall’interno. In un governo di cui fanno parte quasi tutti è difficile che prevalgano buonsenso e interesse comune. Al presidente del consiglio toccherà affidare la comunicazione a soggetti solidi e professionali, dotati di esperienza e capaci di capire cosa significhi essere al passo coi tempi. Anche nei confronti di chi non abbia nostalgia di certe pacchianate renziane o di Casalino al servizio di Conte.

Credo anzi che i partiti inizieranno subito a suonarsele in pubblico e a chiedere l’intervento di Draghi in funzione di arbitro. Ma Mattarella non ha designato Draghi per fargli fare l’arbitro dei litigi dei partiti. Draghi deve utilizzare il suo tempo per riuscire dove nessuno è mai riuscito: spendere bene i fondi del Plan e usarli tutti nel modo migliore per il paese. Questo sarebbe il vero miracolo.




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