I 101 della Cgil

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Il day after negli uffici della Camera del Lavoro di via Roma riflette il senso di sorpresa e perfino sgomento per la conclusione traumatica del congresso provinciale.

Guido Mora, il segretario defenestrato nelle urne dell’assemblea provinciale, rimane chiuso nella stanza alle cui pareti campeggiano ritratti e poster delle glorie passate del sindacato, dagli albori del socialismo alle più recenti campagne per i diritti, dei lavoratori e non.

Nei corridoi si parla a bassa voce: la rabbia a cui lo stesso Mora al microfono, la sera precedente, ha iscritto a futura memoria (“ringrazio quei farabutti”) viene rappresa e ribadita senza clamore e senza correzioni. Il gruppo dirigente del più importante sindacato della provincia di Reggio Emilia (112mila iscritti tra lavoratori e pensionati) si sente vittima di un complotto ordito senza avvisaglie.

Una fucilazione sul campo ai danni del povero Mora, a parole da tutti apprezzato: trent’anni di sindacato conclusi con la più cocente delle umiliazioni.
Se un confronto può tornare alla mente, in sedicesimo, esso rievoca i centouno parlamentari del Pd che impallinarono Romano Prodi candidato unitario alla presidenza della Repubblica. Ma Prodi, all’epoca, tacque. Oggi invece il mite Mora non rinnega lo sdegno del tradimento che campeggia nei media e sui social, attirandosi critiche e chiavi di lettura per lo più prive di analisi e senso politico.

D’altronde, cercare di capire come sia stato possibile che la proverbiale capacità di sintesi della Cgil reggiana sia crollata dinanzi a un fragoroso golpe interno non è impresa semplice. Vi si possono, questo sì, azzardare interpretazioni, porle in scala e di seguito mixarle. Il risultato è quello di ieri: una miscela esplosiva.

Inutile battere la pista partitica, buona solo per chi non conosce le dinamiche interne al sindacato, non sovrapponibili pedissequamente alle tradizionali lotte di corrente. Anche perché, nel caso in questione, la designazione di Mora a un mandato a tempo, l’impegno per un ricambio generazionale entro il 2020, la presentazione di un’unica mozione votata dall’assemblea con una bulgarissima percentuale di 97 centesimi e in assenza di qualsivoglia candidato alternativo ha prodotto una crisi di sistema che non sarà semplice dipanare per i dirigenti nazionali attesi a giorni (si profila una consultazione generale, meno probabilmente un commissario: in ogni caso, la macchina dovrà andare avanti).

Possiamo procedere a lume di candela e cercare di individuare gli ingredienti che hanno generato la frittata.

Uno: una esposizione troppo marcata a sostegno della candidatura a segretario generale di Maurizio Landini, erede della filiera sinistra metalmeccanica (Sabattini, Rinaldini). Due: la volontà di alcuni di condizionare il dopo-Mora con un segnale di rottura forse persino più potente di quanto desiderato. Tre: qualche vecchia ruggine o antipatia personale nei confronti del segretario uscente e rientrante.

Quarto, e per ora ultimo fattore, nel quale si rifugia chi osservi il sindacato dall’esterno: la voglia incontrollata di disgregazione del sistema, quale che esso sia, a cui si sommano le aspirazioni di protagonismo di chiunque rifiuti più o meno consapevolmente la nozione stessa della rappresentanza.

In un mondo dove tutto si spezza, le faglie si allargano, la terra trema e il “vecchio”, quale che sia, sembra destinato a crollare.




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