Urlava in tivù, nelle arene a pagamento, nelle piazze indignate e ora continua a urlare nei social. Le sue erano catarsi per se stesso e per il pubblico che si sentiva compreso e rappresentato nelle rabbie e nei furori. Un comico, si diceva, ma non era vero. Beppe Grillo parlava alla pancia del paese giocando sull’ambiguità che lo faceva via via guitto o profeta. Fino a che incontrò Gianroberto Casaleggio e mise quell’ambiguità al servizio di un progetto affascinante quanto apparentemente impraticabile: conquistare il potere vincendo le elezioni. Le vinse.
Cresciuto nei night e nei cabaret, abituato a non andare a letto presto la sera, della politica intesa come lavoro quotidiano si stancò presto. I quattrini messi da parte nelle ricche stagioni sul palco erano stati investiti secondo i principi dei nouveaux riches: tenuta a Sant’Ilario a Genova, doppia villa a Porto Cervo, una terza residenza sul mare a Bibbona sul Tirreno.
Una volta divenuto Garante del movimento ritenne di aver acquisito una posizione compatibile tra impegno (poco) e svago (molto), alchimia accettabile per i suoi ritmi di vita. Sembrava tutto indirizzato per il meglio: la sua creatura veniva assegnata a un leader di nessuna esperienza politica catapultato per due anni alla guida del governo. Male non avrebbe fatto, specie se affiancato da qualche volto nuovo per galleggiare dignitosamente negli anni a venire.
Se non che, la vecchia talpa aveva scavato ed era sbucata in forma inattesa a rovinare i giorni e le notti: un figlio di sangue, appena maggiorenne, si era messo nei guai con un gruppo di amici proprio in quella Costa Smeralda dei Berlusconi e dei Briatore che tanto era aborrita dal suo elettorato come teoria, stile di vita, disvalore assoluto.
Accusato di violenza sessuale di gruppo, il ragazzo era finito su tutti i giornali per il suo cognome famoso. Così Grillo padre sperimentò ai suoi danni cosa significhi il tritacarne mediatico tanto abusato nella pratica da se stesso e dai suoi. Dinanzi al ludibrio preventivo, e nel tentativo di scaricare la tensione accumulata, il Garante registrò un video subito diffuso via social. Ne uscì la peggiore performance della sua carriera.
Non c’era nulla da salvare in quello sfogo. Usciva la colata di rabbia che da sempre scorreva nelle viscere del fu sedicente comico. Odio verso la vittima dello stupro, una ragazza senza colpa alcuna; descrizione della vicenda in chiave “ragazzata”, e cosa vuole che sia se quattro coglioni vanno in giro per la stanza col pisello fuori, in fondo è normale a quella età. Machismo. Maschilismo. Egoismo. Narcisismo.
Tutto ha sbagliato, Grillo, tutto. A meno che in questo gorgo psicopatologico non si celi la formula denominata eterogenesi dei fini, nella fattispecie inconsapevole. Non ne può più, Grillo Giuseppe da Sant’Ilario, di questo film caotico che è diventato la sua vita. Vorrebbe starsene tranquillo a guardare il mare, ma finisce sempre che lo stressano e lo stress gli fa salire la rabbia. Quindi vorrebbe fuggire su un’isola deserta e ogni occasione, più o meno consciamente, gli sembra buona.
Ma con questo ultimo video la sua credibilità è scesa a zero. Anche i suoi ex allievi lo considerano fuori controllo e comunque perso per il movimento. Toccherà al successore designato trovare una via d’uscita decorosa. Sempre che non scappi pure lui.







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