“Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui”

Don Giuseppe Dossetti

Trentaduesima Domenica del Tempo Ordinario, Anno C – 10 novembre 2019

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 20,27-38)

In quel tempo, si avvicinarono a Gesù alcuni sadducèi – i quali dicono che non c’è risurrezione – e gli posero questa domanda: «Maestro, Mosè ci ha prescritto: “Se muore il fratello di qualcuno che ha moglie, ma è senza figli, suo fratello prenda la moglie e dia una discendenza al proprio fratello”. C’erano dunque sette fratelli: il primo, dopo aver preso moglie, morì senza figli. Allora la prese il secondo e poi il terzo e così tutti e sette morirono senza lasciare figli. Da ultimo morì anche la donna. La donna dunque, alla risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie».
Gesù rispose loro: «I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito: infatti non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio. Che poi i morti risorgano, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando dice: “Il Signore è il Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe”. Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui».

Quando Gesù e gli apostoli parlano della risurrezione e della vita oltre la morte, colpisce la loro sobrietà, che contrasta con le speculazioni e le fantasie del loro ambiente, sia ebraico che pagano. Possiamo capire la reazione aristocratica dei Sadducei, l’ High Church del tempo, di fronte a un’immagine materialista della nuova vita, troppo simile alla vecchia: di chi sarà moglie la donna che ha avuto sette mariti, cioè, concretamente, con chi andrà a letto? L’idea popolare della risurrezione era abbastanza simile a quella odierna dell’Islam o dei Testimoni di Geova; meglio, allora, sostenevano i Sadducei, una nobile accettazione della fine dei nostri giorni.

Ma Gesù sostiene che la risurrezione ci sarà. Anzi, dirà alle sorelle di Lazzaro: “Io sono la risurrezione e la vita”. Nel testo odierno è interessante capire la sua argomentazione. I Sadducei ammettevano come canonici solo i primi cinque libri, il Pentateuco, e in essi, in effetti, non si parla di risurrezione. Gesù, allora, cita il capitolo terzo dell’Esodo, quando il Dio sconosciuto si rivela a Mosè. Abramo è morto, ma Dio continua a considerarsi il Dio di Abramo: cioè, la Sua alleanza d’amore è senza limiti di tempo. La risurrezione altro non è se non la conseguenza radicale di un rapporto che è per sempre. E’ questa fedeltà di Dio che mantiene l’uomo nell’essere e la “vita” è appunto la pienezza di questa relazione, che viene donata in Gesù, quindi già adesso. Dunque, già adesso il credente sperimenta la risurrezione, come una possibilità di vita nuova, nella quale persino la morte viene assorbita, come suprema consegna nelle mani del Padre. Non c’è allora bisogno di speculazioni su come sarà il Paradiso. Già il Salmo diceva: “Mi indicherai il sentiero della vita, gioia piena nella tua presenza, dolcezza senza fine alla tua destra” (Sal 16,11).

La cosa interessante è però che Gesù, come i suoi avversari, stanno parlando della “risurrezione della carne”. Si tratta di un articolo di fede imbarazzante, tant’è vero che nella predicazione della Chiesa è spesso sostituito dalla più rassicurante e ragionevole sopravvivenza dell’anima. Come si può ammettere che un corpo, del quale abbiamo visto la corruzione, possa rivivere? E poi, è veramente necessario, per la nostra felicità, “avere un corpo”, che porta le tracce, le cicatrici di tante sofferenze e di tanti errori? Non è meglio un nuovo inizio, l’ingresso in una dimensione nella quale ci lasciamo alle spalle la memoria di questa “terra desolata”? Il paradosso cristiano sta proprio qui: per Dio è importante la storia dell’uomo, così importante, che Egli l’ha voluta assumere fino all’estremo limite, la croce.

Noi siamo la nostra storia: persino di Gesù si dice: “Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza dalle cose che patì” (agli Ebrei 5,8). Noi siamo costituiti dalle nostre relazioni e esse avvengono necessariamente attraverso il corpo. Ora, credere nella risurrezione, significa credere che questa storia, che noi siamo, entra nell’eternità, come nell’eternità sono entrate le piaghe della passione di Gesù. Anche le nostre ferite, trasfigurate dalla luce divina, ci parlano di perdono e di grazia. Chi ha visto l’affresco di Luca Signorelli nel Duomo di Orvieto, comprende che la risurrezione è incontro fraterno, è riconciliazione e amicizia. La luce divina rende puro lo sguardo che l’uomo rivolge al suo simile. L’Io non naufraga in un Tutto indistinto, ma si rispecchia nel Tu, che gli viene incontro in un amore riconciliato.




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