Sono passati oltre sei mesi dalla sentenza di primo grado del processo relativo all’inchiesta “Angeli e Demoni”, nata per far luce sulle presunte anomalie negli affidamenti di minori nel sistema dei servizi sociali della Val d’Enza reggiana (quello più comunemente noto come il “caso Bibbiano”), ma la motivazione del provvedimento non è ancora stata depositata.
Era il pomeriggio del 9 luglio 2025: dopo un dibattimento durato tre anni, il collegio di giudici del tribunale di Reggio, formato da Sarah Iusto, Michela Caputo e Francesca Piergallini, al termine della camera di consiglio condannò solo tre delle quattordici persone (tra assistenti sociali, educatori, psicologhe e genitori affidatari) ancora imputate nel processo con rito ordinario, peraltro con pene tutto sommato lievi (fino a due anni di reclusione, con pena sospesa) rispetto ai reati contestati; mentre le altre undici furono assolte, molte di loro peraltro con formula piena “perché il fatto non sussiste”.
Per conoscere nel dettaglio il ragionamento che ha portato il collegio giudicante a questa conclusione, si disse e si scrisse all’epoca, “bisogna attendere la motivazione”: i giudici, che avevano 90 giorni di tempo per depositarla, vista la complessità del caso avevano chiesto e ottenuto una proroga di altri tre mesi, scaduta però lo scorso 9 gennaio. A dieci giorni di distanza dalla scadenza prorogata, però, delle motivazioni ancora nessuna traccia.
D’ora in avanti le parti dovranno essere avvisate del deposito della sentenza fuori termine: dal contenuto dell’atto, peraltro, dipendono anche le scelte delle parti processuali su un’eventuale impugnazione della sentenza di primo grado in appello. L’allungamento dei tempi, peraltro, rischia di incidere anche sulla prescrizione per alcuni reati contestati: il “caso Bibbiano” è deflagrato con le misure di custodia cautelare disposte nel 2019, ma le contestazioni riguardano fatti ancora precedenti.






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