Il rischio delle feste è quello di abituarsi, svuotandole così del loro contenuto. In particolare, il Natale può diventare una bella favola, che stimola a buoni sentimenti e a buone opere, ma solo per un po’. Possiamo diventare come i sapienti di Gerusalemme, i quali sanno tutto, dove deve nascere il Messia, dove sta scritto, che cosa hanno detto di lui i profeti; ma non sentono il bisogno di percorrere gli otto chilometri che separano Gerusalemme da Betlemme, per verificare se per caso hanno ragione i vecchi magi, che di chilometri ne hanno fatti centinaia, per seguire la piccola luce di una stella. Babilonia, da dove provengono, la grande città pagana, simbolo del male, è più vicina alla verità di quanto non lo siano i riti che si ripetono nel Tempio.
Un altro esempio di questo svuotamento di senso lo troviamo a proposito del Battesimo di Gesù. Conosciamo la scena, i pittori ce l’hanno rappresentata: il figlio di Maria si mette in fila per farsi battezzare da Giovanni, che vorrebbe sottrarsi a questo compito. Gesù insiste e quando finalmente esce dall’acqua, “si aprono i cieli”, scende la colomba, che rappresenta lo Spirito Santo e si ode la voce di Dio che accredita come figlio suo il Figlio dell’Uomo. Tutto è bello, è poesia, il mondo viene investito da un soffio di rinnovamento. Ma quanto durerà, come potrà influire sulla storia che stiamo vivendo? Probabilmente, questa è la ragione dell’invettiva di Giovanni contro gli scribi e i farisei: “Razza di vipere!” (Mt 3,7): vi assoggettate a un rito che non cambia la vostra vita, che anzi stimola il vostro compiacimento religioso.
Lo studio delle Scritture può invece diventare l’occasione per sentirci trafitti da questa parola insieme antica e attuale. Prima di tutto, chiediamoci: perché Giovanni battezza proprio in quel luogo, “al di là del Giordano”? Perché quello è il luogo dove passò il popolo, che proveniva dall’Egitto, per entrare nella terra promessa. L’immersione nel fiume, come quella nel Mar Rosso, rappresenta il prezzo della liberazione: la morte dell’uomo vecchio. Inizia una vita nuova, che però va accolta come dono. Non è Mosè che guida, ma l’uomo di Nazaret, per il quale la morte avrà una verità piena sul Golgota: una realtà che egli consapevolmente accetta. La colomba ricorda la pace tra Dio e l’umanità, prefigurata dalla colomba che annuncia a Noè la fine del Diluvio, e la Voce che viene dall’alto è rivolta all’umanità intera, ove tutti sono chiamati a essere figli, grazie al sacrificio del Figlio.
Queste parole non sono vuote, solo se si riconosce che è necessaria questa morte spirituale; possiamo desiderare il bene, ma non siamo in grado di compierlo, a meno che non ci sia questo intervento dall’alto, che si chiama “grazia”. Gesù annunzia il Regno di Dio, cioè l’offerta di un nuovo inizio: ma se si è convinti di non averne bisogno, i riti e le parole del Natale verranno rimessi in soffitta, come gli addobbi e le luminarie.
“Beati i poveri in spirito, perché di essi è il Regno dei Cieli”: così inizia il Discorso della Montagna (Mt 5). “In spirito”, cioè fino in fondo, fino al centro della persona, fino al “cuore”. Di quale povertà si tratta? Di tutte: dalla povertà economica alla malattia, alla solitudine, alla guerra, fino alla povertà di chi vuole il bene, ma non riesce a compierlo; di chi umilmente si sottomette a un “Tu”, al quale magari non sa dare un nome. È necessario rinunciare alla presunzione: l’attaccamento orgoglioso alle proprie idee diviene facilmente violenza e sempre chiude il cuore. Invece, l’umile considerazione di se stessi ci fa ritrovare dei fratelli, ci trasforma in operatori di pace. Chi ha ricevuto il dono della fede lo consegni a chi è alla ricerca; lo consegni, più che con le parole, con la carità.






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