In latino, “veglia” e “vigilia” sono una sola parola. La nostra vita è una vigilia, ma spesso non sappiamo di che cosa. Giacomo Leopardi, ne “Il sabato del villaggio”, sostiene per questo che è meglio il sabato della domenica, l’attesa piuttosto che la festa, che spesso si rivela una delusione.
Oggi, poi, ci lasciamo sedurre dalle conquiste dell’uomo, quasi che la scienza, la forza e il denaro potessero risolvere ogni problema; e, nello stesso tempo, viviamo l’angoscia della fragilità nostra e del mondo. Così, spesso, la storia diventa il teatro di un grande gioco, che ci illude e vorrebbe farci dimenticare i nostri limiti.
Vigilare vuol dire attendere. Il Vangelo di Gesù è pieno delle immagini di questa attesa: il servo fedele che aspetta il ritorno del padrone, le ragazze che attendono lo sposo, il contadino che attende il raccolto. Ma c’è anche l’attesa di Dio, del padre che aspetta il ritorno del figlio. L’attesa si compirà nell’abbraccio del Creatore con la sua creatura e potremo, come san Francesco, chiamare sorella anche la morte.
Questo abbraccio lo viviamo tuttavia anche adesso. Attendiamo quello che possediamo, in modo particolare nell’Eucaristia. Da essa nasce la gioia di ogni giorno. Prendiamo come programma di vita le parole dell’introduzione alla preghiera eucaristica (Prefazio VI): “Ogni giorno del nostro pellegrinaggio sulla terra è un dono sempre nuovo del tuo amore per noi e un pegno della vita immortale, poichè possediamo fin da ora le primizie del tuo Spirito, nel quale hai risuscitato Gesù Cristo dai morti, e viviamo nell’attesa che si compia la beata speranza nella Pasqua eterna del tuo regno”.







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Caro Eboli, allora scriviamo sulla lapide che fece lo scout e andò pure a dottrina in parrocchia. Visto che ami e cerchi la verità, non […]
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Ah si!? Ero convinto si trattasse di un incidente stradale. Peccato che ad El Koudri non abbiano nemmeno dato il tempo di compilare la constatazione amichevole,