Morte di David Rossi, il Partito Democratico attacca Vinci

David Rossi e Gianluca Vinci collage

La svolta nell’inchiesta parlamentare sulla morte di David Rossi apre uno scontro politico sulla gestione della Commissione presieduta dal deputato reggiano di Fratelli d’Italia Gianluca Vinci. Dopo la decisione di rendere pubblici i nomi di Giuseppe Mussari e Gabriele Ceccherelli, indicati sulla base delle nuove testimonianze raccolte rispettivamente come possibile mandante e organizzatore di un’azione intimidatoria nei confronti dell’ex responsabile della comunicazione di Monte dei Paschi, il Pd attacca apertamente il presidente della Commissione.

A intervenire sono i tre parlamentari democratici che fanno parte dell’organismo d’inchiesta, Marco Lacarra, Emiliano Fossi e Andrea Rossi. «Esprimiamo forte perplessità per la gestione del presidente Vinci», affermano, contestando prima di tutto la diffusione di informazioni riservate e successivamente la decisione di rendere pubblici nomi e ipotesi di responsabilità ancora da sottoporre alle verifiche della magistratura.

Nel mirino dei commissari del Pd finisce anche la partecipazione di Vinci alla trasmissione televisiva che aveva anticipato parte delle nuove rivelazioni. Secondo i democratici la Commissione avrebbe «esorbitato andando ben oltre le competenze istituzionali»: non può trasformarsi in un tribunale né convertire ipotesi investigative in sentenze pubbliche.

L’accusa politica è netta. La ricerca della verità sulla morte di Rossi, affermano Lacarra, Fossi e Rossi, deve procedere attraverso gli strumenti propri di un organismo parlamentare d’inchiesta e della magistratura e «non può piegarsi alle regole dello show business». Il Pd chiede quindi chiarimenti sulla fuga di notizie e sulle modalità con cui sono stati condotti e comunicati gli ultimi sviluppi dell’indagine.

Le critiche arrivano anche dalla famiglia di David Rossi. Carolina Orlandi, figlia della moglie del manager morto il 6 marzo 2013 precipitando dalla finestra del suo ufficio a Palazzo Salimbeni, si è detta «attonita» per le modalità con cui sono stati resi pubblici i nomi, chiedendosi perché sia stato deciso di farlo mentre i lavori della Commissione sono ancora in corso. I legali della famiglia hanno ribadito la necessità che ogni nuovo elemento venga sottoposto al vaglio dell’autorità giudiziaria, evitando il rischio di condanne mediatiche.

La questione è resa ancora più delicata dal profilo delle due fonti sulle quali si fondano le nuove indicazioni. Si tratta di due detenuti con precedenti condanne anche per calunnia. Uno è Saverio Giampà, ex collaboratore di giustizia con una lunga storia giudiziaria; l’altro è Renan William Vilanova Correa, condannato per omicidio e già autore in passato di dichiarazioni sul caso Rossi che non avevano trovato riscontro nelle indagini. La Commissione considera tuttavia rilevante la convergenza di alcuni elementi contenuti nelle due testimonianze.

Vinci non arretra. Il presidente ha spiegato che gli atti completi, compresi quelli coperti da segreto, saranno consegnati direttamente all’autorità giudiziaria e che la trasmissione avverrà con urgenza. Quanto all’attendibilità dei testimoni, Vinci sostiene che proprio l’eventuale falsità di dichiarazioni convergenti aprirebbe un altro interrogativo: bisognerebbe capire se dietro di esse esista un «regista occulto».

Il deputato reggiano aveva indicato Mussari come possibile mandante di un’intimidazione che, secondo la ricostruzione sottoposta alla Commissione, non avrebbe dovuto provocare la morte di Rossi. Ceccherelli avrebbe invece avuto il compito di individuare gli uomini destinati all’azione. Entrambi respingono ogni coinvolgimento. Mussari ha definito le accuse una «follia» e una «calunnia» e ha annunciato iniziative legali; Ceccherelli, attraverso il proprio avvocato, si è dichiarato disponibile a essere ascoltato dalla Commissione.

Vinci ha precisato che nessuno dei due risulta al momento indagato e ha sostenuto che la pubblicazione dei nomi consente agli interessati di conoscere le accuse, difendersi e negarle. È esattamente su questo punto che si concentra lo scontro politico: non tanto sulla facoltà della Commissione di approfondire la nuova pista, quanto sulla decisione di rendere pubbliche accuse di eccezionale gravità prima del vaglio dell’autorità giudiziaria.

La Commissione entra così nella fase più delicata dall’inizio della seconda inchiesta parlamentare. Da una parte Vinci rivendica la necessità di seguire fino in fondo gli elementi raccolti; dall’altra una parte dei commissari contesta metodo e gestione della comunicazione. Sullo sfondo resta la questione decisiva: verificare se le nuove testimonianze possano realmente modificare la ricostruzione della morte di David Rossi oppure se siano destinate a non superare il controllo della magistratura.



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