Reggio Children. Massari, la versione che non regge

Marco Massari e Marwa Mahmoud scuole Reggio Children – FBMM

C’è un audio e ci sono le parole pronunciate dal sindaco Marco Massari davanti al consiglio comunale. Il problema è che raccontano due storie diverse.

Nella registrazione dell’incontro del 6 ottobre la presidente di Reggio Children Maddalena Tedeschi affronta esplicitamente la condizione posta agli educatori ebrei attesi a Reggio Emilia. Parla di dichiarazioni individuali, della necessità che ciascuno prenda le distanze dall’occupazione dei territori e dal genocidio, della raccolta delle firme prima dell’arrivo. Il senso è inequivocabile: quelle dichiarazioni devono arrivare, altrimenti gli insegnanti restano a casa.

Massari, riferendo al consiglio comunale, questo non lo dice. Sostiene invece che Reggio Emilia non abbia chiesto e non chieda esami politici o religiosi, parla di una possibile “incomprensione” e riconduce la vicenda alla Carta sui diritti dei bambini. Ma la Carta e la richiesta registrata nell’audio sono due cose diverse. La prima contiene principi generali; la seconda chiede a singole persone una dichiarazione politica preventiva su Israele.

È il punto centrale dell’intera vicenda ed è rimasto fuori dalla relazione del sindaco.

L’audio non arriva nel vuoto. Conferma nella sostanza ciò che gli educatori americani avevano denunciato fin dall’inizio e che la stampa internazionale aveva raccolto: per partecipare al viaggio era stata chiesta una presa di distanza dalle politiche del governo israeliano e dalle azioni militari a Gaza. Pesha Kletenik, direttrice della Manhattan Day School di New York, ha inoltre raccontato che i profili social dei partecipanti e delle scuole sarebbero stati esaminati per verificarne i rapporti con Israele e il sostegno all’Idf.

Il quadro che emerge dalle testimonianze è quindi più preciso di quanto lasci intendere la parola “incomprensione”. Gli educatori sostengono di essere stati sottoposti a una verifica delle proprie posizioni; l’audio documenta la richiesta di dichiarazioni individuali; Tedeschi parla della necessità di acquisirle prima del loro arrivo. Sono elementi distinti che convergono sullo stesso punto.

Anche la sequenza dei giorni precedenti merita di essere ricostruita. Il 3 ottobre la Cgil di Reggio Emilia chiede pubblicamente a Reggio Children di annullare la visita. Non si tratta di rappresentanti del governo Netanyahu né di una delegazione militare, ma di educatori provenienti da scuole ebraiche statunitensi e israeliane. Attorno al loro arrivo si sviluppano contestazioni e proteste, alimentate anche dall’accusa che alcuni partecipanti o le loro istituzioni sostenessero Israele e l’Idf. La Cgil respingerà successivamente l’accusa di antisemitismo, ma resta agli atti la sua richiesta politica: quella visita non doveva svolgersi.

Tre giorni dopo, il 6 ottobre, Tedeschi parla delle dichiarazioni individuali da ottenere dagli educatori. La successione temporale è documentata. Non lo è ancora un eventuale rapporto causale tra la pressione esercitata dalla Cgil e dagli altri contestatori e la decisione di Reggio Children. È precisamente uno dei punti che l’inchiesta deve chiarire: chi propose la richiesta, quando venne formulata, chi la approvò e con chi venne discussa.

Un altro elemento arriva direttamente dagli Stati Uniti. Gli educatori non raccontano di avere rinunciato perché contrari a una generica dichiarazione sui diritti dell’infanzia. Raccontano di avere rifiutato una condizione che riguardava Israele. Una settantina rinuncia al viaggio. Yehudis Smith, che ha dedicato parte della propria attività accademica e professionale al rapporto tra educazione ebraica e Reggio Emilia Approach, descrive pubblicamente la vicenda come una rottura profonda. Anche questo dato rende difficile sostenere che all’origine di tutto vi sia stato soltanto un equivoco sulla Carta.

La parola “abiura” appartiene al linguaggio della polemica e non compare nei documenti. Il fatto che l’ha generata, invece, compare: una dichiarazione individuale di dissociazione politica richiesta prima della partecipazione. È su questo che occorre concentrare l’accertamento.

La responsabilità di Reggio Children riguarda anzitutto la genesi di quella richiesta. Chi ne scrisse il testo? Fu una decisione della presidente? Venne discussa negli organismi della società? Fu concordata con Paradigm Project oppure comunicata unilateralmente? Esistono mail e messaggi che possono stabilirlo.

Poi c’è il Comune. Reggio Emilia è socio fondatore di Reggio Children e l’assessorato all’Educazione era direttamente coinvolto nella gestione politica della vicenda. Occorre sapere quando l’amministrazione venne informata della richiesta delle dichiarazioni individuali, se la condivise e se intervenne nella sua formulazione. Occorre inoltre ricostruire eventuali contatti tra Comune, Reggio Children e i soggetti che nei giorni precedenti avevano chiesto di impedire la visita.

Infine c’è Massari.

Il problema per il sindaco non è stabilire oggi se condividesse o meno la richiesta. Il problema è capire che cosa sapesse quando ha riferito al consiglio comunale. Se conosceva il contenuto dell’incontro del 6 ottobre, la sua omissione assume un peso preciso. Se non lo conosceva, occorre spiegare come sia possibile che il sindaco, prima di riferire all’assemblea cittadina su un caso ormai internazionale che coinvolgeva una società partecipata dal Comune, non fosse stato informato del passaggio che aveva provocato la rottura con gli americani.

Le alternative sono entrambe rilevanti e richiedono una risposta documentata.

Massari avrebbe potuto sostenere che la richiesta fosse legittima, contestarne l’interpretazione americana, prenderne le distanze oppure attribuirla a un errore di Reggio Children. Nella sua relazione sceglie invece una ricostruzione nella quale quel passaggio non compare. Afferma che non sono stati richiesti esami politici mentre l’audio della presidente di Reggio Children documenta la richiesta di dichiarazioni individuali su Israele.

La contraddizione è questa. Non serve caricarla di aggettivi.

Neppure la presenza successiva di una delegazione israeliana al Centro Malaguzzi la risolve. Dimostra che non esisteva un divieto generale nei confronti degli israeliani; non dice nulla sulla condizione posta agli educatori americani, che è l’oggetto del caso e la ragione dichiarata della loro rinuncia.

Per chiudere la ricostruzione servono adesso i documenti: il testo integrale inviato ai partecipanti, le mail tra Reggio Children e Paradigm Project, le comunicazioni interne del 3-6 ottobre, gli eventuali scambi con Comune e assessorato, i verbali degli incontri e i messaggi attraverso i quali venne decisa la richiesta delle dichiarazioni. Servono anche gli eventuali contatti intercorsi con Cgil e altri soggetti che chiedevano l’annullamento della visita.

La cronologia, allo stato degli atti, contiene tre passaggi. Prima la pressione pubblica per impedire l’arrivo delle delegazioni. Poi la richiesta agli educatori di dichiarare individualmente la propria posizione su Israele. Infine la relazione del sindaco al consiglio comunale, nella quale quella richiesta scompare.

Il primo passaggio è pubblico. Il secondo è documentato dall’audio e trova riscontro nelle testimonianze degli interessati. Il terzo è agli atti del consiglio comunale.

Quello che ancora manca è ciò che li collega.

Ed è lì che si trovano le responsabilità.



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