Moralismo

don Giuseppe Dossetti in Comune – CoRE

Desidero spiegare che cosa significa per me questa parola, moralismo, e perché vedo in questo atteggiamento spirituale un grave pericolo per la Chiesa.

Nel linguaggio della Bibbia, esso viene descritto in vari modi: quello più efficace lo troviamo in san Paolo, quando critica duramente la pretesa dei farisei di essere “giustificati” per le opere e non per la fede.

Si tratta di un pericolo attuale anche per noi. Non si tratta di ipocrisia: Paolo era stato un fariseo osservante e sincero e questa sincerità egli la riconosceva a tanti suoi correligionari. La sua angoscia, la potenza del male, egli la vedeva proprio nel fatto che, volendo fare il bene, seguendo la legge di Mosè, era giunto a perseguitare a morte il Dio, del quale voleva essere servo, nella persona dei suoi ministri. Anche se non tutti i farisei avevano il rifiuto violento di chi non rispettava la Legge e la sua interpretazione rabbinica, c’era però un atteggiamento di separazione (fariseo vuol dire “separato”) e di giudizio severo.

La Legge mosaica in sé era buona, ma la potenza del male si rivela proprio in questo, nella sua capacità di usare realtà buone e sante per scopi cattivi. Possiamo trovare lo sviluppo di questo pensiero paolino nei primi capitoli della Lettera ai Romani.

Nell’atteggiamento moralistico, l’uomo che rispetta la Legge acquisisce un credito davanti a Dio e Dio viene ridotto a colui che premia, in nome di una Legge che lo rende inutile – o, peggio ancora, l’uomo diventa giudice di Dio, in quanto gli prescrive chi dev’essere premiato e chi no.

La visione moralistica ha conseguenze anche nella visione che noi abbiamo della liturgia, che viene trasformata in un’opera virtuosa. Diventa così pertinente la protesta di Paolo: la liturgia è anzitutto opera di Dio, non opera dell’uomo.

“Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amato, da morti che eravamo per le colpe, ci ha fatto rivivere con Cristo: per grazia siete salvati. Con lui ci ha anche risuscitato e ci ha fatto sedere nei cieli, in Cristo Gesù, per mostrare nei secoli futuri la straordinaria ricchezza della sua grazia mediante la sua bontà verso di noi in Cristo Gesù. Per grazia infatti siete salvati mediante la fede; e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio; né viene dalle opere, perché nessuno possa vantarsene. Siamo infatti opera sua, creati in Cristo Gesù per le opere buone, che Dio ha preparato perché in esse camminassimo” (Ef 2,4-10).

La grazia: questa stupenda parola ci permette di vedere la storia con occhi nuovi e di sperimentare la vera libertà. Ne parleremo nella prossima lettera.

Già ora, però, voglio salutare con riconoscenza le parole di papa Leone XIV, nella conclusione della lettera Magnifica Humanitas, dove afferma:

“La spiritualità di cui abbiamo bisogno è una spiritualità eucaristica… Questo dono rimane presente e operante nell’Eucaristia, nella quale il Signore si comunica e raduna la Chiesa… L’Amen che diciamo nella Liturgia, il Corpo che mangiamo e il Sangue che beviamo, danno forma a tutta la nostra vita. L’Eucaristia è l’incontro personalissimo col Signore e tuttavia non è mai soltanto un atto di devozione individuale” (MH 234 seg., con una citazione di Benedetto XVI).

Alla solitudine presuntuosa del fariseo si oppone la riconoscenza operosa di chi sperimenta il dono, che apre alla speranza; essa è basata su una bontà originaria, nel senso che è mossa da un amore gratuito, per ottenere il quale non è necessario il merito, ma il riconoscimento che Dio ha scelto la via della Croce per essere vicino anche all’ultimo degli uomini.




Non ci sono commenti

Partecipa anche tu