All’inizio del nuovo anno scolastico, nel dibattito sulla proposta del governo Meloni di introdurre un tetto del 30% alla presenza di determinate categorie di alunni stranieri nelle classi, è stato richiamato un principio fondamentale: “La scuola è aperta a tutti”. Lo ha ricordato Mattarella, lo hanno ribadito il Pd e il centrosinistra.
Giustamente. Aperta a tutti i bambini, senza distinzioni di provenienza, religione o appartenenza. Un principio di accoglienza che dovrebbe valere anche per i docenti che di quei bambini si occupano.
Ora, invece, proprio nella città di Reggio Children, che insegna al mondo il valore dell’accoglienza, un gruppo di insegnanti delle scuole ebraiche americane ha rinunciato al viaggio di studio. Nessun divieto formale. Intorno alla loro visita si è però costruito un clima ostile, alimentato anche dalla richiesta della Cgil di annullare l’arrivo della delegazione israeliana. Si è arrivati a chiedere agli educatori una dichiarazione politica come requisito di ammissibilità. Come se Reggio Emilia fosse una città proibita, alla quale si accede soltanto dopo aver esibito le credenziali ideologiche.
Il 7 ottobre, anniversario del massacro di Hamas, Reggio Children ha reso nota la richiesta di una presa di distanza esplicita dalle politiche del governo Netanyahu. Il giorno successivo ha comunicato che il gruppo americano non sarebbe arrivato, mentre i 25 educatori israeliani avevano confermato la partecipazione.
La distinzione va ricordata. Ma non cancella il problema: perché chiedere a professionisti dell’educazione, compresi cittadini americani, di rispondere delle scelte di un governo sulla base della loro appartenenza ebraica? Perché pretendere un certificato di innocenza? In nome di quale procedura o valore pedagogico?
Ai partecipanti è stata sottoposta una dichiarazione di distanza dall’occupazione di Gaza e dalle violazioni dei diritti dei bambini e degli esseri umani. Princìpi che possono essere condivisi senza riserve. È il loro uso come condizione di accesso a un’esperienza educativa a essere inaccettabile.
Pesha Kletenik, direttrice della Manhattan Day School di New York, ha denunciato che le identità dei partecipanti erano state rese pubbliche e che i loro profili social, personali e istituzionali, erano stati interpretati come prove di sostegno a Israele e alle sue forze armate. Un altro dirigente scolastico americano ha descritto la rinuncia come una perdita per insegnanti e bambini, collegandola alle ripercussioni dell’antisemitismo e mettendo in discussione il rapporto con la pedagogia reggiana.
Non siamo davanti a una semplice gaffe. Rischiamo di compromettere relazioni costruite in decenni di lavoro con il mondo educativo americano. Un patrimonio che appartiene a tutta la città e che non può essere esposto agli umori di una mobilitazione politica.
Mi chiedo come sia stato possibile arrivare a questo punto. Chiedere un lasciapassare ideologico a insegnanti che desiderano studiare i nostri servizi educativi è una contraddizione rispetto alla lezione di Loris Malaguzzi e Carla Rinaldi.
Nella scuola pubblica e repubblicana difendiamo la libertà di insegnamento. Per decenni abbiamo respinto le accuse rivolte ai docenti di sinistra, descritti come propagandisti che portavano in classe le proprie convinzioni politiche. Abbiamo sostenuto, a ragione, che un insegnante deve essere giudicato per il suo lavoro.
Adesso, a Reggio Emilia, amministrata dalla sinistra e conosciuta per i suoi servizi per l’infanzia, pretendiamo di selezionare gli ospiti in base alla nazionalità, all’appartenenza religiosa o alle idee che attribuiamo loro?
Se al posto degli insegnanti arrivassero settanta bambini di tre, quattro o cinque anni, magari per visitare il Centro Loris Malaguzzi, chiederemmo alle loro famiglie una dichiarazione sul governo israeliano e sulla Palestina? No. E allora perché la chiediamo ai professionisti che ogni giorno li accompagnano nella crescita?
Dire che la scuola è aperta a tutti significa assumersi la responsabilità di quel principio anche quando la politica rende scomodo rispettarlo. Altrimenti l’accoglienza diventa una parola buona per i convegni, da ritirare all’ingresso quando gli ospiti non piacciono.
Abbiamo commesso un grave errore. E la notizia ha già attraversato l’Atlantico, seguendo la stessa strada lungo la quale si era diffusa la fama degli “asili più belli del mondo”.
Non lo meritano la memoria di Loris Malaguzzi e Carla Rinaldi, né le insegnanti, le cuoche, il personale ausiliario e le pedagogiste che hanno costruito questa esperienza. Non lo meritano i bambini, qui e altrove.
Una scuola aperta soltanto a chi supera un esame politico tradisce la propria missione.






Non ci sono commenti
Partecipa anche tu