Nella mattinata di sabato 27 febbraio Israele e Stati Uniti hanno sferrato quello che hanno definito un “attacco preventivo” contro l’Iran, con l’obiettivo di far cadere il regime iraniano: colonne di fumo nero si sono alzate nel cielo della capitale Teheran (dove sono state colpite anche le sedi di alcuni ministeri e il complesso militare di Parchin) e di altre città del Paese, tra cui Tabriz, Isfahan, Qom, Karaj e Kermanshah.
Secondo le prime informazioni, nei bombardamenti sarebbero stati uccisi il comandante delle Guardie Rivoluzionarie Mohammad Pakpour e il ministro della difesa Aziz Nasirzadeh. Incerta, invece, la sorte della Guida suprema del Paese, l’ayatollah Ali Khamenei: il regime finora ha smentito le voci sulla sua morte.
L’Iran ha reagito immediatamente, lanciando una serie di missili balistici contro Israele (facendo scattare le sirene d’allarme in varie città israeliane: le autorità hanno dichiarato lo stato di emergenza nazionale) e contro diversi obiettivi e basi militari americane in vari Paesi del Golfo Persico: sono state attaccate la Al Udeid Air Base in Qatar, la più grande di tutto il Medio Oriente, la Ali Al Salem Air Base in Kuwait, la U.S. Navy’s Fifth Fleet Base in Bahrain.
Missili sono piovuti anche sugli Emirati Arabi Uniti, nella capitale Abu Dhabi e a Dubai: una persona è morta colpita dai detriti dopo che la contraerea era riuscita a intercettare un missile in arrivo.






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