Quando nel 1975 Michel Foucault pubblicò “Surveiller et punir” (“Sorvegliare e punire”), descrisse una trasformazione decisiva del potere moderno. Nelle società contemporanee, sosteneva, il controllo non si esercita più soprattutto attraverso la violenza visibile dello Stato sovrano ma tramite dispositivi diffusi di osservazione: registri, statistiche, istituzioni che classificano e monitorano i comportamenti. L’immagine simbolo di questo sistema è il panopticon progettato nel Settecento da Jeremy Bentham, una prigione in cui una torre centrale può osservare tutte le celle. Il punto non è tanto l’atto di guardare quanto l’effetto psicologico di essere potenzialmente osservati: l’individuo interiorizza lo sguardo del potere e finisce per disciplinare da sé il proprio comportamento.
Mezzo secolo dopo, mentre il nome di Peter Thiel torna spesso nel dibattito europeo e italiano, quella diagnosi appare sorprendentemente attuale. Thiel è uno dei protagonisti più influenti del capitalismo tecnologico: cofondatore di PayPal, primo investitore di Facebook, ma soprattutto fondatore di Palantir Technologies, società specializzata nell’analisi di enormi masse di dati utilizzate da governi, servizi di sicurezza e grandi organizzazioni. Il software sviluppato da Palantir integra archivi diversi — dati amministrativi, informazioni di intelligence, flussi digitali — per individuare relazioni e pattern nascosti. Se il panopticon di Bentham era una struttura architettonica, quello contemporaneo è una piattaforma algoritmica: non una torre che osserva corpi, ma sistemi informatici che analizzano informazioni e comportamenti.
Qui emerge un paradosso interessante. Thiel si presenta spesso come un pensatore libertario e diffidente verso il potere statale centralizzato, ma le tecnologie che la sua azienda contribuisce a diffondere rendono tecnicamente possibile una capacità di sorveglianza senza precedenti. Non serve immaginare un regime totalitario: basta osservare come la governance contemporanea dipenda sempre più da infrastrutture digitali che raccolgono e interpretano dati su scala globale. In questo passaggio si intravede anche un possibile scenario politico nuovo, che alcuni studiosi chiamano algocrazia: un ordine in cui le decisioni collettive sono sempre più guidate da sistemi di calcolo, modelli predittivi e classificazioni automatiche. Non necessariamente governi sostituiti dagli algoritmi, ma governi che decidono sulla base di ciò che gli algoritmi indicano come probabile, rischioso o efficiente.
La differenza rispetto al modello foucaultiano è allora anche qualitativa. La sorveglianza descritta da Foucault era disciplinare: serviva a normalizzare i comportamenti. Quella algoritmica tende a diventare predittiva. Non si limita a registrare ciò che accade ma cerca di anticiparlo, individuando correlazioni e probabilità. Il soggetto non è più soltanto osservato: viene modellizzato statisticamente. Il potere non guarda più dall’alto, come nella torre del panopticon. Calcola. Ed è proprio questa trasformazione – dalla sorveglianza alla previsione, dall’osservazione al calcolo – a rendere l’intuizione di Foucault così attuale. Il panopticon non è più un edificio. È diventato un’infrastruttura. E nel XXI secolo la questione politica decisiva non riguarda soltanto chi governa, ma chi possiede gli strumenti che permettono di vedere, interpretare e sempre più spesso anticipare il comportamento delle società.






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