Il consiglio comunale di Reggio, nella seduta di lunedì primo dicembre, ha approvato un ordine del giorno urgente (ex art. 21) presentato dalla maggioranza con un oggetto quanto meno ambivalente: “Ferma condanna del grave attacco alla sede del quotidiano La Stampa e richiesta di chiarezza sui provvedimenti adottati nei confronti dell’imam Mohamed Shanin”.
L’odg è stato approvato con 19 voti favorevoli (Partito Democratico, Movimento 5 Stelle, lista Marco Massari sindaco, Europa Verde-Possibile) e 7 voti contrari (Forza Italia, Fratelli d’Italia, Lega, lista Tarquini).
Il documento impegna il sindaco Massari e la giunta comunale “a esprimere piena solidarietà alla redazione, ai giornalisti e a tutti i lavoratori de La Stampa e riaffermare il valore della libertà di stampa quale pilastro della democrazia, condannando con la massima fermezza il gravissimo attacco alla sede del quotidiano” e “a manifestare pubblicamente il rifiuto di ogni forma di violenza, intimidazione o pressione nei confronti degli organi di informazione e, più in generale, nel dibattito pubblico”.
Ma il testo non si ferma qui: con un accostamento certamente lecito, ma forse non del tutto politicamente opportuno (almeno non nello stesso documento), al punto tre si impegna la giunta Massari anche “a richiedere al governo di fornire chiarimenti puntuali e documentati circa le motivazioni poste a fondamento dell’espulsione dell’imam Mohamed Shahin, affinché provvedimenti di tale gravità siano sempre improntati a proporzionalità, equilibrio e non discriminazione”.
Il riferimento è al caso di Mohamed Shahin, imam di Torino, prelevato qualche giorno fa dalla sua abitazione e attualmente trattenuto nel Cpr (Centro di permanenza e rimpatrio) di Caltanissetta, perché destinatario di un decreto di espulsione con rimpatrio immediato in Egitto firmato dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. Il provvedimento è legato, secondo le ricostruzioni di stampa, a una frase pronunciata pubblicamente il 9 ottobre durante una manifestazione sul conflitto israelo-palestinese: “Quello che è successo il 7 ottobre 2023 non è una violenza, ma la reazione ad anni di occupazione”, aveva detto Shahin.
Parole che, riportate dallo stesso quotidiano La Stampa, avevano immediatamente generato polemiche e costretto lo stesso imam a una successiva rettifica, che tuttavia non gli aveva evitato il provvedimento ministeriale.
A Torino nel frattempo è stata organizzata una mobilitazione permanente contro la sua espulsione: l’eventuale rimpatrio in Egitto, infatti, secondo i suoi difensori potrebbe esporre Shahin a rischi di arresto, tortura, persecuzioni e potenzialmente pena di morte, in quanto dissidente del regime del presidente al-Sisi.
Ed è stata proprio la vicenda dell’imam il “pretesto” del blitz di qualche decina di manifestanti proPal che lo scorso 28 novembre, a Torino, hanno fatto irruzione nella redazione del quotidiano La Stampa (in quel momento vuota perché i giornalisti avevano aderito a uno sciopero nazionale della categoria, proclamato proprio per quella giornata) per “protestare” contro le posizioni espresse dal quotidiano sulla questione: forzando le porte dell’edificio, versando letame per terra, imbrattando i muri con scritte e insulti (tra cui appunto “Free Shahin” – ovvero: “Shahin libero”), rovesciando sul pavimento libri, giornali e altri oggetti presenti sulle scrivanie e intonando cori contro i giornalisti.






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