di Luigi Bottazzi (*)
Ci sono tutte le premesse di un salto all’indietro di 40 anni e oltre quando le parole d’ordine dei comunisti erano quelle di liquidare e abbattere definitivamente il sistema di potere della Democrazia cristiana. Sono passati molti decenni ma il copione, purtroppo, resta sempre lo stesso
La politica, come si sa, non è una cosa astratta. O meglio, non lo dovrebbe mai essere. Perché è pur sempre legata, con modalità e metodi diversi, alla quotidianità e alla vita concreta delle persone. E anche la celebrazione delle date storiche, per il nostro Paese e gli eventi che vengono organizzati di conseguenza offrono l’occasione per misurare la qualità e la maturità del dibattito politico.
È il caso delle manifestazioni legate alla Festa del 25 aprile. Il 25 aprile del 2024. Ora, al di là del giudizio che ognuno di noi può e deve dare sulle mille manifestazioni che sono state organizzate in tutto il Paese, è indubbio che emergono almeno due elementi sufficientemente oggettivi che difficilmente possono essere messi in discussione. Sempre ché, come ovvio, non prevalgano la tifoseria e il settarismo. Da un lato la difficile, in alcuni settori della destra – sempre minoritari, ma pereoccupanti – a pronunciare parole chiare e definitive sull’antifascismo, sulle radici culturali e politiche di quella nefasta e drammatica esperienza e, soprattutto, sulla necessità di recidere con forza e definitivamente i legami, anche solo simbolici ed emotivi, con il ventennio. Sul versante opposto, però, emerge un dato altrettanto preoccupante. Perché è la sinistra, nelle sue multiformi e diverse espressioni, ad avere subito un processo di radicalizzazione politica tale da averla portata nella sua interezza a giocare un ruolo sempre più massimalista ed estremista nel declinare la sua concreta iniziativa politica.
Del resto, è appena sufficiente ascoltare e prendere atto delle parole d’ordine dei nuovi “guru” e dei cosiddetti ”martiri” della sinistra creati per l’occasione per arrivare alla persino troppo facile conclusione che ormai la linea prevalente è quella di estremizzare sempre di più il messaggio politico frutto di un percorso culturale fatto di anatemi ideologici, pregiudizi personali e attacchi politici frontali contro chiunque non sia riconducibile a quel campo politico. Tradotto in termini politici, è una regressione nostalgica – anche se nel sottosuolo della sinistra ex e post comunista questo tarlo non è mai scomparso del tutto – che ci porta ad una stagione dove prevaleva la sub cultura degli “opposti estremismi”. E la celebrazione di questo 25 aprile ne è stata la prova plateale che conferma, ancora una volta, quella deriva.
Ed è in un quadro del genere che la spinta a creare una sinistra riformista e di governo priva di pregiudiziali ideologiche nei confronti degli avversari, cede il passo ad una deriva massimalista e radicale. Perché se i vate del nuovo corso del Pd e dintorni ritornano ad essere i pifferai dell’attacco ideologico, della criminalizzazione politica degli avversari/nemici, della esaltazione della “superiorità morale” e della sistematica denigrazione di tutto ciò che non è riconducibile al campo della sinistra ex e post comunista, la cultura e la prassi riformista sono destinati a giocare un ruolo del tutto marginale nel prosieguo di quella esperienza. Insomma, ci sono tutte le premesse di un salto all’indietro di 40 anni e oltre quando le parole d’ordine dei comunisti erano quelle di liquidare e abbattere definitivamente “il sistema di potere della Democrazia Cristiana”.
Sono passati molti decenni ma il copione, purtroppo, resta sempre lo stesso. Ed è un peccato perchè abbiamo di nuovo perso una ghiotta occasione per far crescere una vera democrazia dell’alternanza e, soprattutto, per ricercare e consolidare quella “riconciliazione” politica che era la vera ‘mission’ della Festa del 25 aprile promossa e ideata da Alcide De Gasperi.
(*) Luigi Bottazzi, già consigliere regionale Dc-Ppi






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