Guardo gli studenti che non fanno rumore. Quelli che entrano in classe, quando qualcuno non sbarra loro la porta. Che aprono un libro, preparano un esame, cercano di capire che cosa fare della propria vita. Non finiscono nei titoli, non offrono immagini spettacolari. Hanno qualcosa da costruire, e questo sembra renderli meno interessanti di chi passa il tempo a distruggere.
Penso alle ragazze e ai ragazzi che rifiutano di accodarsi. A quanto possa costare, alla loro età, sottrarsi al gruppo, reggere lo scherno, sentirsi dare dei servi perché si vuole seguire una lezione. Il conformismo sa essere feroce, soprattutto quando si veste da ribellione. Pretende adesione, distribuisce patenti di coraggio, mette alla gogna chi non obbedisce. Poi chiama libertà questa piccola disciplina di caserma.
Per restarne fuori serve carattere. Talvolta più di quanto ne occorra per urlare dentro un corteo, protetti dal numero e dall’indulgenza degli adulti. Uno studente che dice “io entro” davanti a chi gli impedisce di farlo difende un diritto concreto. Anche per questo meriterebbe attenzione, ascolto, protezione. Troppo spesso trova una telecamera già rivolta altrove.
Abbiamo costruito una gerarchia dell’attenzione nella quale chi rompe ottiene la scena e chi subisce scompare. Il violento diventa un problema da interpretare, lo studente rimasto fuori dalla propria scuola un dettaglio. Del primo si indagano il disagio, le ragioni, la rabbia. Al secondo si chiede pazienza. La sua educazione diventa una risorsa da consumare per tollerare la prepotenza altrui.
Studiare, in questo clima, acquista un valore che dovremmo saper riconoscere. Significa accettare la fatica di non sapere e mettersi al lavoro per imparare. Misurarsi con qualcosa che resiste ai nostri desideri, che richiede tempo, disciplina, intelligenza. Una pagina difficile non si lascia intimidire. Un problema non si risolve a maggioranza. La competenza bisogna conquistarla.
I cattivi maestri cominciano a fare danni proprio qui, quando insegnano che una causa ritenuta giusta conceda il diritto di prevaricare. Quando scambiano la propria indulgenza per generosità e affidano ai ragazzi il conto delle proprie nostalgie. Gli adulti applaudono la rivolta; i ragazzi perdono lezioni, occasioni, anni. E chi li ha incoraggiati conserva il proprio posto, il proprio stipendio, la propria rispettabilità.
La protesta appartiene alla democrazia. Impedire agli altri di studiare ne viola il principio più elementare. La differenza è comprensibile a qualunque adolescente. Diventa oscura soltanto nelle spiegazioni di certi professori, commentatori e dirigenti politici. Le loro acrobazie finiscono sempre nello stesso punto: trovare una circostanza che renda meno responsabile chi esercita la violenza e meno visibile chi la subisce.
Intanto altri giovani crescono. Nelle scuole, nelle università, nelle famiglie, accanto a insegnanti che prendono sul serio il proprio mestiere. Imparano a discutere senza odiare, a rispettare senza sottomettersi, a stringere amicizie senza chiedere una professione di fede. Hanno dubbi, commettono errori, cercano una strada. La loro forza sta anche nel non sentirsi autorizzati, per questo, a devastare quella degli altri.
È a loro che penso quando provo a immaginare il futuro di questo Paese e dell’Europa. Alla loro intelligenza ancora da formare, alle capacità che scopriranno, alla libertà di diventare persone che oggi nessuno può prevedere. Meritano adulti capaci di difendere questa possibilità. Adulti che sappiano dire un no alla prepotenza senza temere di apparire poco comprensivi.
La mitezza di questi ragazzi non è una resa. Dentro il rifiuto di umiliare, distruggere e obbedire al branco può crescere una fermezza che i fanatici non sanno nemmeno riconoscere. Tocca anche a noi darle spazio, prima che il frastuono pretenda di parlare a nome di tutti.
Non li avranno. Non ci avranno.






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