Il Pd dopo Massari

Marco Massari sindaco Reggio di spalle in Sala Tricolore – CoRE

Massimo Gazza, segretario del Pd reggiano, sul caso Reggio Children ha detto alcune cose semplici: le persone non sono i governi, gli educatori ebrei americani dovevano essere accolti senza esami politici, il rapporto spezzato va ricostruito. È la posizione che ci si sarebbe aspettati fin dall’inizio dal centrosinistra reggiano. Il punto politico è che non è stata la linea seguita dall’amministrazione Massari.

Qui il caso Reggio Children smette di essere soltanto un disastro internazionale e diventa una questione interna al Pd. La distanza tra il partito e Marco Massari non nasce questa settimana. Viene da prima, dal metodo di governo, dal rapporto con la città, da diverse scelte amministrative e soprattutto dalla difficoltà di capire quale sia la direzione politica di questa amministrazione. Reggio Children ha semplicemente fatto saltare il coperchio.

Massari, del resto, non è iscritto al Partito democratico. In campagna elettorale ne fece un tratto distintivo della propria candidatura: «Non sono iscritto ad alcun partito e non sono un professionista della politica». Rivendicò di essere un candidato civico e indipendente e presentò questa condizione come un’apertura verso la società. Era un modo per prendere le distanze dai partiti, Pd compreso, pur essendo stato scelto proprio dal Pd e pur avendo bisogno della sua forza per diventare sindaco.

Quella distinzione oggi torna utile, ma al contrario. Il Pd non è Massari e Massari non è il Pd. Il partito che lo ha candidato non ha alcun obbligo di identificarsi con ogni scelta di un sindaco che ha sempre rivendicato la propria autonomia. Ha invece il dovere di giudicare ciò che è accaduto e di assumersi la responsabilità politica della scelta compiuta due anni fa.

Qualche segnale era arrivato prima di Reggio Children. Basta ricordare l’episodio quasi tragicomico di Francesca Albanese. Massari decide di consegnarle il Primo Tricolore, la invita al Valli con tutti gli onori, poi durante la cerimonia ricorda il massacro del 7 ottobre e la necessità di liberare gli ostaggi israeliani. Una parte del teatro lo fischia e Albanese, appena insignita dal sindaco, lo corregge pubblicamente per poi concludere: «Io il sindaco non lo giudico, lo perdono». Il sindaco aveva scelto la premiata, organizzato la cerimonia e deciso di consegnarle il simbolo più importante della città; finisce contestato dal proprio pubblico e bacchettato dalla persona appena premiata. Una scena che già raccontava qualcosa di una politica capace di inseguire ambienti e parole d’ordine molto meno di governarne le conseguenze.

Con Reggio Children la questione è diventata enormemente più seria. Mentre Gazza ricordava che bisogna distinguere le persone dagli Stati, attorno agli educatori delle scuole ebraiche si costruiva un sistema di condizioni e prese di distanza politiche. Reggio Children comunicava di avere chiesto agli americani una presa di distanza esplicita dalle politiche del governo israeliano e, alla fine, una settantina di persone rinunciava al viaggio. Non è successo per caso: è il risultato di una successione di decisioni politiche e operative delle quali qualcuno dovrà assumersi la responsabilità.

Il problema, tuttavia, non riguarda soltanto Reggio Children. Riguarda un modo di governare la città che ha mostrato tutti i propri limiti. Una parte della sinistra reggiana ha progressivamente sostituito la cultura di governo con un sistema di appartenenze, parole d’ordine e minoranze militanti alle quali viene attribuito un peso politico molto superiore alla loro rappresentatività reale. Il risultato è una politica che finisce per parlare soprattutto a se stessa.

Reggio Emilia è altro. È una città che lavora, produce, esporta, studia; una città nella quale socialismo riformista, cattolicesimo democratico, movimento operaio, cooperazione e cultura laica hanno costruito una tradizione amministrativa fondata anche sul pragmatismo. Dentro questa storia è cresciuta la stessa esperienza educativa reggiana. Non servivano patenti ideologiche, servivano scuole aperte.

La stagione Massari è finita. Non è soltanto il sindaco ad avere esaurito la propria spinta politica: è arrivata al termine una formula composta da Massari, dalla sua giunta, dallo staff cresciuto attorno all’amministrazione e da un sistema di stagionati consulenti. Non hanno rappresentato la continuità con ciò che c’era prima. Per molti aspetti hanno rappresentato qualcosa di più antico: il ritorno a una cultura politica formatasi negli anni Settanta e rimasta prigioniera di quel tempo, fatta di appartenenze, liturgie, parole d’ordine, rapporti consolidati e riflessi ideologici che la Reggio di oggi ha largamente superato.

Il paradosso è evidente: una giunta presentata come nuova ha riportato nel governo della città categorie politiche vecchie di mezzo secolo. Anche la vicenda degli educatori ebrei porta il segno di quel riflesso: prima l’appartenenza, poi la persona; prima il giudizio politico, poi l’accoglienza. Una grammatica antica applicata a una città profondamente cambiata e a un mondo che non è più quello nel quale quella cultura si è formata.

Quando tutto questo investe uno dei nomi più prestigiosi di Reggio Emilia nel mondo, provoca la rinuncia di decine di educatori ebrei americani e produce versioni pubbliche incompatibili, la responsabilità politica non può essere sciolta negli equivoci o nelle buone intenzioni. Chi governa risponde. Massari deve rispondere di ciò che sapeva, delle decisioni assunte dalla sua amministrazione e delle parole con le quali ha successivamente ricostruito la vicenda. Se dall’accertamento dei fatti emergerà un quadro ancora più grave, anche le dimissioni saranno una conseguenza da affrontare.

Il giudizio politico, invece, è già possibile: Massari non è ripresentabile. E il Pd farebbe un errore se pensasse che basti aspettare la naturale scadenza del mandato. Fu il Pd a scegliere un candidato che rivendicava di non essere iscritto al partito e di non appartenere alla politica professionale. La promessa implicita era aprire una stagione nuova; è accaduto quasi il contrario. La scommessa civica ha finito per riportare al centro una cultura politica molto meno moderna della città che pretendeva di governare.

Riconoscerlo non significa rinnegare quella scelta, ma assumersene la responsabilità. Il Pd reggiano conserva una forza politica e sociale che nessun altro partito possiede in città e proprio per questo non può ridursi ad azionista di maggioranza di un’amministrazione nella quale sempre meno si riconosce. Gazza, nella vicenda Reggio Children, ha segnato una distanza chiara. Ora conta ciò che farà il partito.

Non servono regolamenti di conti e non basterà sostituire Massari lasciando intatto ciò che gli sta attorno. Reggio ha bisogno di una discontinuità vera e di una nuova classe dirigente, capace di leggere una città che non è più quella degli anni Settanta: industriale e internazionale, attraversata dall’immigrazione, collegata all’Europa, inserita nelle reti globali della produzione, della conoscenza e della cultura.

Il problema non è trovare subito un nome, ma ritrovare un’idea di Reggio. Una delle città industriali più forti del Paese non può essere governata con categorie politiche vecchie di mezzo secolo; una società complessa non può essere interpretata attraverso appartenenze e liturgie; una città che cambia non può essere amministrata guardando continuamente nello specchietto retrovisore.

Il Pd ha davanti a sé questa responsabilità. Può accompagnare Massari, la sua giunta e il suo apparato fino alla conclusione del mandato oppure prendere atto che quella stagione è già terminata e cominciare a costruirne un’altra. E se la crisi aperta dal caso Reggio Children dovesse imporre tempi più rapidi, non ci sarebbe nulla da preservare per principio.

Prima si chiude questa stagione, meglio è per Reggio Emilia.




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