Settanta insegnanti statunitensi delle scuole ebraiche, in larga maggioranza donne, hanno annullato la visita a Reggio Emilia. Dovevano studiare il nostro modello educativo. Hanno trovato contestazioni, sospetti e una richiesta di dissociazione politica dal governo Netanyahu. Sono rimaste a casa. Questo è il fatto più grave, quello da cui giudicare l’intera vicenda.
La città che insegna al mondo l’accoglienza ha fatto sentire indesiderate le maestre ebree. Nessun divieto formale, nessuna porta sbarrata. È bastato costruire intorno al loro arrivo un clima ostile, poi chiedere una dichiarazione politica come prova di ammissibilità. Quella porta avrebbero dovuto guadagnarsela.
La richiesta è stata resa pubblica il 7 ottobre. Nell’anniversario del massacro di Hamas, Reggio Children ha chiesto agli educatori delle scuole ebraiche una presa di distanza esplicita dal governo israeliano. Anche agli americani. Partecipano a titolo personale, precisa la stessa istituzione che poi li chiama a rispondere di una responsabilità collettiva. Il cortocircuito è completo.
Si possono riempire altre dieci pagine di dialogo, inclusione, convivenza. Il risultato resta quello: settanta insegnanti hanno rinunciato a un incontro educativo perché a Reggio Emilia la loro presenza era diventata un caso politico. Le parole di assessori e dirigenti vanno misurate su questo fallimento. Il resto è un esercizio di autoassoluzione.
La pretesa dell’abiura introduce un principio orrendo. Una persona deve rispondere di un governo sulla base della propria appartenenza, discolparsi davanti a chi si attribuisce il potere di giudicarla, ottenere un certificato di innocenza. Una procedura medievale amministrata con il vocabolario della pedagogia contemporanea. L’accoglienza diventa il premio per chi si conforma.
Qui sta la mentalità totalitaria della vicenda. Prima ancora degli slogan, è violento attribuire a qualcuno una colpa e obbligarlo a liberarsene. È violento trasformare un incontro tra educatori in una verifica di obbedienza politica. Ed è discriminatorio chiedere agli ebrei di rendere conto di Israele, come se l’identità ebraica costituisse un mandato di rappresentanza del suo governo.
La pace esige la resa dell’interlocutore. Il dialogo può cominciare quando l’ospite ha sottoscritto la conclusione. La non discriminazione viene celebrata nei documenti e sospesa alla prima occasione pratica. Sarebbe comico, con assessori e dirigenti intenti a magnificare la propria apertura mentre restringono il passaggio, se non fosse accaduto davvero.
I principi valgono quando impegnano i nostri comportamenti, soprattutto quando costa rispettarli. Accogliere chi la pensa come noi è facile. Riconoscere dignità e libertà a chi non conosciamo, senza imporgli una professione di fede, è il fondamento di una cultura democratica. A Reggio Emilia lo si insegna nei convegni e lo si dimentica davanti a un gruppo di maestre ebree.
Reggio Children è un patrimonio costruito attraverso decenni di lavoro, ricerca, relazioni internazionali. Questa vicenda segna la pagina più nera della sua storia. Un’istituzione educativa di prestigio mondiale si è lasciata trascinare nella selezione politica degli ospiti. Il danno colpisce la sua credibilità e il nome della città.
Massari e la sua giunta ne portano la responsabilità politica e istituzionale. Un sindaco deve sapere dove finisce la militanza e dove comincia il dovere di rappresentare tutti. Deve proteggere le istituzioni dalla pressione delle fazioni, garantire agli ospiti dignità e sicurezza, impedire che una città distribuisca patenti di ammissibilità agli ebrei. Sono doveri elementari. A Reggio Emilia sembrano diventati materia controversa.
Questa sinistra locale ha consumato le parole con cui pretende ancora di legittimarsi. Antifascismo, pace, diritti, accoglienza: un repertorio recitato anche quando i comportamenti ne rovesciano il significato. La presunzione di incarnare il bene ha cancellato il bisogno di giudicare le proprie azioni. Ci si dichiara contro la discriminazione e si discrimina. Si invoca la pace e si impone un’abiura. La deriva antiebraica procede accompagnata dalla soddisfazione di sentirsi giusti.
Consideravo già quella di Massari la peggiore amministrazione della storia repubblicana di Reggio Emilia. Ma non avrei immaginato di vedere la mia città chiedere agli ospiti ebrei una prova di innocenza, fino a indurli a rinunciare alla visita. Né di sentirla chiamare educazione.






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