Di più. Natale 2025

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Il Natale, se lo si guarda con un minimo di onestà intellettuale, non è una festa che interroga per giudicare. Non chiede documenti all’ingresso, non pretende attestati di fede, non distribuisce patenti di ortodossia. Celebra una nascita, e ogni nascita — prima ancora di ogni dottrina — è una promessa, non una sentenza.

Per questo il Natale non divide. Al contrario, include. Anche chi si definisce non credente è figlio di quell’evento che, al di là della fede personale, ha inciso in profondità nel pensiero e nella storia dell’Occidente. Non come un mito tra i tanti, cui aderire o meno, ma come una frattura del tempo, un prima e un dopo che ha cambiato il modo in cui l’uomo guarda se stesso, l’altro, il potere, il dolore, la speranza.

Siamo eredi dei greci, dei romani, dei cristiani. Non di una narrazione consolatoria, ma di una domanda. Una domanda che non si spegne con l’avanzare delle conoscenze, che non arretra davanti ai microscopi o ai telescopi. La scienza — che è una delle più alte avventure dell’intelligenza umana — spiega moltissimo, ma non tutto. Non spiega perché ci commuoviamo davanti a un tramonto. Non spiega l’amore improvviso e assoluto per un bambino che nasce. Non spiega chi è che si innamora, cioè chi è che, a un certo punto, si riempie di amore per un altro essere umano. Di più: la scienza non sa come definire la stessa esperienza che chiamiamo “amore”. E soprattutto non riesce ancora a dire cosa sia davvero ciò che chiamiamo coscienza. Possiamo mappare sinapsi, misurare neurotrasmettitori, descrivere circuiti cerebrali. Ma la coscienza — quella voce silenziosa che ci accompagna dalla nascita alla morte — non abita interamente lì. È altrove, o forse attraversa quei luoghi senza coincidere con essi.

È qui che nasce ciò che chiamiamo, con un’espressione imperfetta ma necessaria, “senso religioso”. Che non si esaurisce nei dogmi delle fedi monoteiste, né coincide automaticamente con l’adesione a una Chiesa. Ha piuttosto a che fare con la percezione di una connessione con ciò che sentiamo oltre la fisica, con quel “di più” che definiamo spirituale perché lo spirito, da sempre, custodisce le domande prime e ultime: chi siamo, da dove veniamo, dove andremo.

Il Natale parla a questa zona profonda e comune. Non impone risposte definitive, non rivendica verità assolute brandite come armi. Ricorda, semmai, che siamo tutti in viaggio. Fratelli e sorelle su un piccolo pianeta sospeso nell’universo, uniti da interrogativi che ci precedono e ci sopravvivono.

Per questo non bisogna avere timore di augurare buon Natale. A tutti, a cominciare dagli atei. Non è un atto di proselitismo, ma di riconoscimento reciproco. In quella notte simbolica — che creda o non creda — l’umanità intera si ritrova a fare silenzio davanti al mistero di essere al mondo. E poi, da lì, riparte. Insieme. E poi chissà.




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