Ricordo bene la Cecoslovacchia del 1975. Le meraviglie di Praga erano avvolte da un costante, pervasivo odore di carbone che rendeva l’aria irrespirabile e avvolgeva le cose di una patina fuligginosa. Tutto era comunque stupefacente ai miei occhi di ragazzino. Da poco avevo letto il Processo di Kafka. Alzando gli occhi, ovunque ti trovassi in città lo sguardo si posava sulla collina di Hradčany che ospita il meraviglioso e spaventevole Castello, da cui un altro celebre capolavoro dello scrittore praghese, sopra il delizioso quartiere di Malá Strana. Ai miei occhi quella collina che contiene la cattedrale di San Vito, possedeva una sorta di energia metafisica fondata sulla funzione di controllo e di giudice supremo.
La città si muoveva seriosa e veloce. Non c’erano turisti, nessun bar, nessun segno di attività in esterno che potesse attirare l’attenzione del passante. Era la Praga tramortita dall’invasione sovietica del 1968: una capitale dell’Europa centrale, certo tra le più importanti per la storia e per la cultura, sottomessa alla dittatura del regime comunista più potente e aggressivo del pianeta. In piazza Venceslao chiesi agli accompagnatori adulti, tra i quali mio padre, di condurmi al luogo nel quale l’eroe Jan Palach decise di pagare il prezzo della vita per mostrare al mondo di quale pasta fosse fatto il comunismo reale. Mi guardarono male o mi ignorarono. Capii dallo sguardo di mio padre che la questione non fosse opportuna, almeno in quel contesto.
Dalla Praga del 1975 fuggì in Francia Milan Kundera, tra i più grandi scrittori del secondo Novecento, celebre nel mondo per “L’insostenibile leggerezza dell’essere” e per altri romanzi meno noti, ma non per questo di qualità inferiore. Ripensandoci oggi, la scelta dello scrittore fu inevitabile. Fu espulso dal Partito comunista guidata da Gustáv Husák, funzionario burocrate di terza fila, collocato da Mosca alla presidenza-fantoccio al potere in quegli anni. Obbedire o tacere. Lasciando il paese Kundera ottenne la libertà: in Occidente la sua opera fu apprezzata anche per quella scelta personale. Di quella Praga non restano più tracce se non nella memoria di chi vi ha vissuto. È un ricordo in bianco e nero. Non c’erano colori riflessi nelle statue del Ponte Carlo. L’aria era densa di carbone e quei ricordi sopravvivono negli occhi di chi c’era. Milan Kundera è morto oggi a Parigi, a 94 anni.







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