Socrate al centro commerciale

socrate

Su chi era veramente Socrate rimane il mistero, sappiamo ciò che fece grazie ai dialoghi platonici, poiché Socrate non scrisse nulla.

Chi è il maestro in ogni caso rimane un mistero. Egli nasce nell’interazione con il discepolo, così quest’ultimo anche.
Dall’esterno possiamo vedere alcune cose, ma possiamo affermare che in qualsiasi relazione c’è la produzione di identità reciproca, se pensiamo a tutte le relazioni d’amore, ma anche tutte le relazioni legate a emozioni afflittive, anch’esse producono da ambo i lati identità.

Se ci chiediamo chi fosse veramente Socrate, non abbiamo risposta certa, penso che questo non potesse dirlo nemmeno Platone.

Questo accade appunto perché siamo fabbricati dalle nostre relazioni, non siamo altro, oltre a ciò.
Se ci chiediamo chi siamo, possiamo desumere il nostro essere solo osservando le relazioni che ci circondano, compresa la relazione con gli organi corporei.

Socrate lo conosciamo dalla sua fine, infatti uno dei primi scritti su di lui è l’Apologia, che è il celebre processo che lo portò alla morte, che fa parte degli scritti giovanili.
C’è un passo di Osho che descrive quel momento in cui Socrate, ingerendo la cicuta e sentendo il suo assimilarsi all’organismo, afferma man mano di non essere morto, ma che il suo corpo stava morendo, questo fino all’ultimo respiro, questo per esprimere quanto non era identificato con il suo corpo.

La disidentificazione dal nostro corpo, ma ancora di più con le nostre cose, i nostri possessi, con le nostre emozioni, i nostri pensieri e il riconoscersi in qualcosa di più ampio, come l’espressione della vita, l’espressione della natura, è un’esperienza dolorosa per il nostro mondo, perché implica il lasciare andare.

La società dei consumi è una società necrofila, poiché l’identità emerge dal possesso e ciò che si possiede non può essere che un oggetto, cioè morto.
Non è un caso che l’esperienza del dolore, che è una manifestazione della morte in vita, venga continuamente anestetizzata nella nostra società. L’esperienza del dolore è bandita dalla nostra vita come segno che rimanda ad altro.

Oggi il dolore è reificato al punto da essere mera esperienza corporea. La vera anestesia prodotta dal nostro mondo è quella relativamente al senso che viene riposto solamente nella materia, nel corpo, nell’oggetto. Viviamo in un mondo senza trascendenza, in cui il senso è proprio solo dell’oggetto di consumo, non rimanda in modo simbolico ad altro.

La natura, la vita sono un processo di vita, morte, rinascita continua dove non c’è spazio per il possesso, proprio dell’oggetto di consumo.

Nel momento in cui ci disidentifichiamo dal possesso emerge una consapevolezza, che è il sapere di non sapere, che è appunto l’aprirsi alla vera conoscenza. Questo era l’unico principio postulato da Socrate.

Allo stesso modo il buddhismo postula che tutto è impermanente e si esprime con la parola anithia, una parola sanscrita che significa impermanenza, poi nella dottrina ci sono pochi altri postulati, tutto il resto si apprende per esperienza empirica.

In controtendenza al nostro mondo dei consumi Socrate sosteneva il motto attribuito all’Oracolo di Delphi: gnósis se autón, conosci te stesso. L’unica ricerca utile è quella volta a conoscere se stessi, prassi che il nostro mondo rifugge schiacciando il senso nella merce, all’esterno; la ricerca interiore è bandita.

Socrate era figlio di una levatrice e affermava di aver appreso l’arte da questa, ovvero l’arte di far partorire, con la differenza che mentre questa aiutava i corpi a partorire lui si rivolgeva alle anime.

Anche questa pratica è bandita dalla moda odierna, l’aspetto simbolico, interiore viene eliso, si preferisce vivere sulla superficie degli oggetti.
Se Socrate si presentasse nelle piazze dei grandi centri commerciali sarebbe ancora in grado di scandalizzarci.




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