Giovani e movida, gioco dello scarica barile

Piazza Fontanesi Reggio Emiilia

È il giorno numero tre dalla fine del lockdown e le città si apprestano a tornare ad una timida “normalità”, anche se così non è.
Sono bastati pochi giorni per riprendere la caccia all’untore, che ha una fisionomia ben delineata, come ogni capro espiatorio che si rispetti deve rispettare un archetipo in modo che sia ben riconoscibile. Le caratteristiche perfette sono: l’appartenenza ad una categoria già vessata, su cui si possono scaricare le colpe senza che nessuno intervenga e che preferibilmente si possa vedere alla luce del sole potendone controllare i comportamenti.

Prima del lockdown erano gli immigrati a stimolare argomenti da bar, questi erano colpevoli di tutti i mali del mondo, ovviamente, è per questo che esistono i capri espiatori. Ma oggi le priorità sono cambiate e il male è uno solo, il Coronavirus, quindi è l’untore che deve trovare un volto e durante le prime settimane di emergenza il nemico pubblico numero uno era il runner con la tutina colorata.


Le attività sono riaperte da pochi giorni e sui principali quotidiani possiamo già trovare articoli contro la “movida”, che hanno il solo scopo di definire i giovani irresponsabili. Sono passati tre giorni senza un nemico ed evidentemente erano già troppi.

Il capo espiatorio è sempre uno scudo umano per non doversi prendere delle responsabilità, le attività sono aperte perché bisogna far ripartire l’economia, bar e ristoranti distribuiscono troppi stipendi per rimanere chiusi, quindi si riapre tutto. Attenzione, le parole sono importanti, le attività possono riaprire ma guai se dovessero lavorare.
È qui che interviene il capo espiatorio, il cliente che sta alla luce del sole. Il ragazzo o la ragazza che hanno voglia di riprendere in mano la propria vita riconquistando un po’ di socialità dopo 2 mesi di relazioni sospese, di feste di compleanno su Zoom, giornate tutte uguali passate in piccole case senza spazi privati.

La fase 2 è quella delle minacce, leggo sui giornali i titoli “incubo movida”, “altolà alla movida”, addirittura ho letto “il pericolo delle piazze: le ragioni dei giovani (se non esagerano)” perché quando si parla ai giovani il paternalismo almeno in parentesi non può mancare. La chiusura è dietro l’angolo, viene paventata continuamente, poco conta che le distanze e i protocolli igienici siano rispettati, perché la verità è che questo capo espiatorio è solo lo scudo per proteggersi dalla propria inadeguatezza e dalle accuse di ritardi. Non si sa ancora niente dell’applicazione di contact tracing ma si è voluto aprire lo stesso perché la politica di oggi vive solo di consenso e non ha sufficienti ragioni per affermale la propria autorevolezza di fronte alle categorie, quindi le aperture sono passare dal 1 giugno al 18 maggio.

L’importante è minacciare ciò che si vede, poco importa se i figli adulti vanno a trovare i genitori anziani senza mascherina, la domenica tutti a mangiare dalla nonna in buona tradizione italiana. Ma questo non si vede e non si può colpevolizzare.
Forse chiuderanno i bar, ma non i ristoranti perché in quelli ci vanno le famiglie, sacre per la cultura italiana e contro non ci si può proferire parola. Alla fine a rimetterci saranno sempre i giovani, non tanto quelli che escono per svagarsi, ma quelli che con sacrificio e i pochi risparmi hanno aperto un’attività che dà da vivere a loro e ai dipendenti, giovani a loro volta ma di cui non interessa niente a nessuno.

Non lamentiamoci poi di una generazione di “sdraiati” come li definì Michele Serra, se il nostro gioco preferito è quello di tagliare le ali ad ogni speranza di futuro di queste persone. Non sorprendiamoci se aumenta la sfiducia nelle istituzioni se per salvarci la pelle, ogni volta, puntiamo il dito verso chi è più debole e meno garantito.




C'è 1 Commento

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  1. Riccardo Ricci

    Articoloin cui mi rivedo molto in quanto giovane attivista… Peccato per i tanti errori di ortografia (capo espiatorio proprio non si puó leggere, si dice “capro”)


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