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Giovedì 23.03.2017 ore 03.07
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Gloria Immovilli

Walker Evans: "Anonymous" d'America


di Gloria Immovilli

Dici Walker Evans e dici America.



Dici il cuore nero della Grande Depressione, ma ritratto con candida purezza.
Dici una macchina fotografica che non si abbandona ai pietismi, anche quando sono i piani alti a chiederlo.

Dici l'immortale fedeltà, anche se mai effettivamente corrispondente a una dichiarazione ufficiale, a un surrealismo incontrato in gioventù, che predica il distacco e l'antieroismo, una quasi totale mancanza di giudizio sulle cose.

Dici "Io non ci capisco niente" (come ha fatto a un certo punto il signore alle mie spalle, sbuffando sconsolato), ma effettivamente poi ci sarà qualcosa da capire o è già tutto lì, già tutto ready-made?



Dice Walker Evans "la strada è il mio museo".
Dice che la vita è breve, che osservarla è la chiave. È uno dei primi, ed è per questo che parole così vaghe e banali hanno tutta un'altra pregnanza, se a dirlo è Walker Evans.

Dice che tutto vale la pena, che tutto è importante, anche la segnaletica della vecchia ferrovia, "prima che scompaia".
Dice anche quando vorrebbe non dire, nelle sue "razionali peregrinazioni" (Italo Zannier). È uno che ha sempre fatto il possibile per non essere scoperto - come dentro alla metropolitana, nascondendo la macchina sotto il cappotto- ed è stato il primo fotografo a guadagnarsi la sua personale al MoMA di New York. Era il 1938.

Dicono tutti gli esperti: è uno dei grandi narratori del Novecento ma, contrariamente ai colleghi suoi contemporanei, rifiuta il virtuosismo, le pennellate di luce, l'attesa del momento decisivo.
La luce? Meglio usare quella che c'è, non intervenire troppo.
In quanto al momento decisivo, lasciamolo pure a Bresson.



Dicono che lui sia il pioniere dello stile "documentario"; ma il suo amico, lo scrittore James Agee, preferisce tirare in causa "Luci della città" di Charlie Chaplin con la sua celebre scena conclusiva, in cui è lo sguardo privo di malizia dei due protagonisti la chiave del lieto fine.

Dice Agee che è una benedizione, questo sguardo senza maschere: capita "solo nel sonno (e nemmeno del tutto); o solo in certi momenti sconvolgenti di sospensione, di pace, di solitudine, quando le difese sono abbassate". È lo sguardo che il ventesimo secolo, come nessun'altra epoca, si è impegnato a raggiungere.

Lo sguardo che, se sostenuto abbastanza a lungo, potrebbe portare all'intimo senso della parola "differenza": quando, nonostante la separatezza, si riesce a stabilire una connessione con ciò che è distante.

Dici "Anonimo", nella misura in cui può esserlo l'occhio umano durante un viaggio in metropolitana. Ma se poi la testa comincia a chiederti chi ti sta di fronte, voi due, passeggeri casuali di uno stesso treno, siete ancora veramente anonimi?

Walker Evans. Anonymous.
Walker Evans. Italia.
Palazzo Magnani



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