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Mercoledì 30.07.2014 ore 04.57
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Francesco Rossi

Vida loca kazaka


di Francesco Rossi

In un remoto villaggio sperduto tra le montagne gli abitanti vivono sotto la costante minaccia di una valanga. Tutta la vita della comunità è orientata essenzialmente a questo: evitare che la valanga distrugga il villaggio. Gli anziani del luogo, depositari della saggezza, hanno perciò fissato una serie di norme molto semplici ma fondamentali per la sopravvivenza. Per nove mesi l’anno è possibile comunicare solamente bisbigliando: al bando schiamazzi, urla o risate. Tali comportamenti sono concessi solamente durante gli altri tre mesi e comunque previa autorizzazione del consiglio degli anziani.

Il 16 dicembre una donna del villaggio concepisce un figlio. La violazione del periodo di silenzio porta gli anziani a condannare a morte la donna. Dalla sommossa popolare che ne segue emerge come la minaccia della valanga fosse sostanzialmente falsa, uno stratagemma messo in piedi dal consiglio degli anziani per esercitare controllo sul villaggio attraverso la paura.

La trama di fondo di quest’opera teatrale scritta dal kazako Bolat Atabaev e messa in scena per la prima volta mercoledì scorso è tutt’altro che originale. The Village ad esempio, le celebre pellicola del 2004 di M. Night Shyamalan, tratta di fatto gli stessi temi con un copione pressoché identico. Distinzione forte tra superstizione e fede, amore e speranza come opposti della paura, prove dolorose come necessarie nel processo di crescita ed emancipazione e soprattutto utilizzo della paura come strumento di controllo da parte delle classi dominanti (lettura obbligatoria: La Fattoria degli Animali di Orwell).



Se il riferimento abbastanza evidente di Shyamalan era alla paura terroristica post-11 settembre nella società americana, il riferimento di Atabaev e dalla sua “Valanga” è altrettanto chiaramente rivolto ai vertici politici del suo paese, il Kazakhstan, e in particolare a quel presidente a vita, Nursultan Nazarbayev, e a quel suo entourage che non ha esitato il 16 dicembre scorso a reprimere nel sangue la protesta dei lavoratori del settore petrolifero nella sperduta cittadina di Zhanaozen.

16 dicembre e #zhanaozen non ci dicono molto. Eppure nell’Ersai Caspian Contractor, che lì opera, insieme al colosso KazMunaiGas si trova anche la nostra Eni. Mesi di scioperi per richiedere migliori condizioni di lavoro, ai quali sono seguiti licenziamenti e infine una repressione brutale. Il bilancio ritenuto più attendibile parlava di 16 morti tra gli scioperanti [video1 video2 - sconsigliati ai minori]. Tempo dedicato all’argomento dai nostri telegiornali: zero.

Quando scoppiarono le proteste sul Caspio le elezioni parlamentari erano alle porte e Nazarbayev, si sa, è un tipino abbastanza ossessionato dalle rivoluzioni tipo-colorate. Non che il Kazakhstan corra questo rischio. L’Occidente ha addirittura premiato nel 2010 il nostro eroe con la presidenza di turno dell’Osce. Certo più un incoraggiamento che un riconoscimento delle sue capacità democratiche. Il problema sarebbe poi capire come è stato venduto, soprattutto in patria, questo prestigioso risultato.

A Zhanaozen si voleva applicare una politica Borat-style: protesti, dunque non voti. Poi Nazarbayev è ritornato sui suoi passi. Alla decenza c’è un limite. Anche perché l’81% delle preferenze per il partito presidenziale credo sia comunque un discreto successo. Insomma, il timore della valanga produce ancora i suoi frutti e per i cittadini kazaki la vita continuerà ad essere un po’ loca.



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