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Mercoledì 03.09.2014 ore 01.40
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Francesco Barbieri

Una storia di sguardi


di Francesco Barbieri

La storia di una città è prima di tutto una storia fatta di sguardi. Sguardi indifferenti che passano sulle cose soltanto per dimenticarle subito, sguardi svegli e pronti ad utilizzare ciò che vedono per un immediato fine personale, sguardi saggi nati per consegnare l’attualità alla memoria familiare, ed infine sguardi speciali, taumaturgici, capaci di cogliere la vera essenza di quello che li circonda, degli eventi che accadono intorno ad essi. Questi ultimi sono, il più delle volte, gli sguardi degli artisti.

Cosa sarebbero Dublino senza Joyce? San Pietroburgo senza Dostoevskij? Trieste senza Svevo e Saba? Non molto di più di luoghi lontani, legati al massimo a qualche noiosa data storica, a qualche sterile cifra demografica. Tutte le città sono, almeno potenzialmente, un concentrato di anonimia. Se sono grandi si corre il rischio di non vedere più una persona, incontrata una volta, nell’intero corso di una vita. Se sono piccole, se sono soltanto paesi, tendono a scomparire nella carte geografiche, perdute nella loro solitudine.

Il destino ha voluto che gli sguardi privilegiati degli artisti (più sagaci, più acuti o semplicemente più sensibili) ci abbiano permesso, in molti casi, di salvarci dall’anonimia, di difenderci da quell’oblio sempre incombente, impostoci dal rotolare incessante del tempo. Sguardi salvati con penne, pennelli, videocamere, strumenti musicali su libri, tele, pellicole, dischi. Sguardi che vengono tramandati e ci possono servire davvero a capire il senso di ciò che ci circonda e di quello che ci ha preceduto. Gli artisti sono in grado di vedere ciò che agli altri non salta all'occhio, di scoprire connessioni e dimensioni insospettate, di accoppiare in una metafora o in una rima corpi estranei.

Certamente una città non si riduce alla rappresentazione che un artista ha saputo darne. C’è anche la Storia con la “S” maiuscola, ci sono i traffici commerciali e la produzione industriale, c’è l’evoluzione dell’architettura e della società insieme a tanti altri fattori. Ma è indubbio che nell’opera degli artisti tutti questi caratteri tendono a condensarsi e a comparire, rielaborati, rigenerati e spesso epurati da quella patina stantia conferita dai linguaggi tecnici e burocratici.

Questa rubrica nasce proprio con la volontà di creare una rassegna di quegli sguardi d’autore che, in qualche circostanza, si sono posati su Reggio e sono stati capaci di coglierne un aspetto, o un insieme di aspetti, utili a formare l’identità di noi reggiani. Un percorso che si concentrerà prevalentemente sugli scrittori, ma che prenderà in considerazione anche artisti che hanno saputo dar vita ad un’immagine di Reggio originale in altri campi.

Quello di “Sguardi emiliani” sarà un viaggio un po’ disordinato, che procederà tra i ritratti letterari di Reggio evitando l’ordine cronologico e seguendo il moto un po’ saltabeccante della curiosità. A tenere questa rubrica non sarà un barbuto esegeta, un vetusto cattedratico impegnato in scrupolose analisi filologiche su polverosi codici latini, ma un giovane studente guidato in primo luogo dai suoi interessi, dalle sue passioni. Non lamentatevi dunque, se la mia rassegna non sarà esaustiva e se talvolta avrò la presunzione di tralasciare grossi nomi. Proporrò, con una breve e personale introduzione, alcuni degli sguardi d’autore focalizzati sulla provincia di Reggio che più mi hanno colpito. Si alterneranno, in questo spazio, le voci di Pier Vittorio Tondelli, di Gianni Celati, di Silvio D’Arzo e di altri ancora.

La prospettiva da me adottata non sarà centro-centrica, non mi occuperò soltanto del centro storico. Adotterò piuttosto un punto di vista mutuato proprio da Tondelli, che in “Weekend postmoderno” scrive: “Preferisco pensare a Reggio – e a viverla naturalmente – seguendo una direttrice […] che da un lato vede la città estendersi verso il Po e, dall’altro, arrampicarsi verso l’appennino. Poiché se abbiamo sempre pensato Reggio, legittimamente, come tappa di un percorso che conduce verso Parma e Modena […], è altrettanto vero che Reggio vive da sempre di una particolare contiguità con il paesaggio del Po e quello aspro, difficile dell’appennino.”

Le parole degli autori scelti, gli estratti dai testi, prevarranno sulle mie, che avranno la semplice funzione di fare da tramite e assecondare il sinuoso movimento delle voci letterarie. La speranza è che, ricomponendo il mosaico di sguardi d’autore sulla nostra città, anche lo spettro del nostro occhio di comuni mortali, o meglio di comuni cittadini, si possa allargare, permettendoci di ampliare le percezioni , e di riflesso il sentimento, riguardo alla realtà che ci sta intorno.



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14/09/10 h. 19.43
Francesco Barbieri dice:

Cara Agafja M.(Matveevna?!), mi hai anticipato! Il prossimo articolo verterà proprio su Celati ed anche Ghirri avrà la sua parte.
ps. il mio gatto si chiama Zachar

13/09/10 h. 23.25
kirsh dice:

grande super cescone!! seguirò la rubrica a manetta!

13/09/10 h. 21.58
Agafja M. dice:

Il primo paesaggio descritto da Goethe, durante il suo viaggio in Italia, passa attraverso lo sguardo di Heinrich Roos. Sono proprio «le care immagini dell?arte» a guidare la sua visione.

«La figurazione ricorrente che domina quasi tutto il paesaggismo letterario, è impostata su una veduta frontale». 'E un concetto su cui Celati ha insistito spesso...ed ognuna di queste vedute «è come se non fosse vista da nessuno in particolare; corrisponde cioè ad un impersonale "qui si vede questo", un'immagine del mondo visto da un Dio geometra» (Ghirri?).
«[?] il "qui si vede questo" separa nettamente le impressioni soggettive dalle vedute oggettive. È come dire che ogni spazio è un ordine che viene prima d'ogni percezione, definito dalle cose che lo occupano e dalle distanze misurabili tra i corpi. Se tutto è definibile attraverso quest'ordine, ne risulta una visibilità uniforme, senza differenze tra il vicino e il lontano, come nei quadri di Poussin e nel paesaggio di Goethe. Il cambiamento di visibilità dal vicino al lontano non dipende solo da distanze misurabili: se vedo qualcosa attraverso un varco, o al di là d'un ostacolo, la cosa vista è come se si allontanasse nella profondità di campo; e così un cielo con nuvole sparse in prospettiva ha più profondità d'un cielo senza nuvole; e se qualcosa mi attira, diciamo il corpo di un'altra persona, è come se lo spazio fuggisse in profondità verso quel punto. La profondità non dipende solo dal fatto che le cose si rimpiccioliscono nella lontananza, ma anche dal mio piazzamento relativo, e dal mio modo di sentire la lontananza. È un tunnel della visione in cui ci si immette, attirati da certi punti nello spazio; il che mostra una fusione tra il vedere e la cosa vista, che non può essere oggettivato, perché dipende dal mio piazzamento relativo, che non è intercambiabile con quello di nessun altro. È un effetto che disturba l'uniformità dello spazio; e come tutte le attrazioni a cui non si resiste porta disordine, anche là dove il fuori è tutto regolato da un principio d'ordine.
[...]
Il fenomeno è il modo di mostrarsi delle cose: è il riflesso d'uno specchio, la condensazione di vapore che forma le nuvole, lo spargimento di molecole che produce un odore, il profilo d'una espressione che riconosco, l'azzurro dei monti al mattino o il rosso del cielo di sera. Un fenomeno non è precisamente un oggetto, è l'idea che ci facciamo cogliendo le apparenze di un oggetto. Per questo Berkley insisteva che la percezione delle apparenze non corrisponde a nessuna sostanza materiale, e che si tratta solo di idee nella nostra mente. Di mezzo c'è quel faticoso problema conoscitivo sollevato da Platone: la differenza tra essere e apparire».
...

13/09/10 h. 15.40
paolo dice:

Grande cesco!

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