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Sabato 21.07.2018 ore 01.41
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Nadia Covacci

Tutti al mare! (o quasi)


di Nadia Covacci

Quest’anno ho tentato la mia prima volta: sono andata al mare con Zeno. Prima o poi sarebbe dovuto succedere. Nonostante non sia il tipo di vacanza che preferisco, e fortunatamente è durata solo pochi giorni, era giusto che lui potesse fare questa esperienza.

 

Naturalmente lui sarebbe potuto andare ovunque, ma con me al seguito la scelta del luogo e della spiaggia è andata avanti per domande e risposte. 
È accessibile? Sembra una domanda da poco perché di solito si tende a collegare l’accessibilità con l’assenza di gradini, ma non è proprio così. I gradini spariscono e si trasformano in scivoli. Sono accessibili questi scivoli o hanno una pendenza tale da rischiare di non riuscire a salire e di farsi male nello scendere? E accessibile cosa, la spiaggia? Eh no, accessibile deve essere la città, i suoi marciapiedi, qualche negozio o bar, la spiaggia, l’albergo e la strada tra l’una e l’altro.
E allora non ti resta che usare google maps per sondare dal vivo il posto perché tanto sai già che se chiedi a qualcuno del posto se ti va bene è in grado di darti informazioni sommarie e imprecise.

Cosa vuoi fare in spiaggia? Vorrai per caso entrare in acqua? Vorrai mica avvicinarti alla battigia? Perché se pretendi tutto questo allora telefona a una di quelle associazioni che gestiscono i ghetti lungomare e avrai quanto meno un briciolo di accessibilità e qualcuno che usando una sedia da mare ti porta in acqua. La battigia in ogni caso sognatela perché non è pensato un percorso che ti possa avvicinare al mare abbastanza da poterti sedere a terra e bagnarti i piedi in autonomia. I volontari devono per forza esprimere la loro utilità e forse è per questo che creano percorsi e passerelle dove in ogni caso devi dipendere da loro.
So che c’è una spiaggia, a Catanzaro Lido, la Valentino Beach Club nella quale è stato installato un percorso su rotaie che trasporta una sedia direttamente in acqua.


Devo dire che secondo me è una soluzione innovativa che permette a tutti, più o meno autonomi che siano, di entrare in acqua senza dover dipendere da qualcuno, ma purtroppo proprio perché innovativo e raro il risultato è che quella spiaggia diventa automaticamente un ghetto. Se i luoghi accessibili continuano ad essere così pochi è ovvio che non hai scelta e che come te tutti gli altri non hanno scelta. Io non mi sarei mai sognata di accettare un simile compromesso, poi del resto mi interessava proprio poco entrare in acqua (o forse ho smesso di desiderarlo) quindi ho optato per una spiaggia che si dichiarava accessibile, nella quale potevo prenotare un ombrellone e due sdraio lungo la passerella centrale e che fosse debitamente piccola e protetta per tenere sotto controllo Zeno. 
Come ho scritto sopra, chiedere a chi cammina un parere sull’accessibilità significa arrivare consapevoli che si troverà sicuramente qualcosa di non accessibile. E così fu.

Per accedere alla spiaggia c’era sì una rampa, ma non era ripida: di più. Faceva anche una curva. Insomma era rischiosa da scendere e assolutamente impossibile da salire senza l’aiuto di qualcuno. I marciapiedi avevano tutti le rampe di accesso, ma alcune davvero ripide tanto che dovevo prendere un po’ di rincorsa per salire senza rischiare di cadere all’indietro. Anche la discesa per accedere all’albergo era notevolmente ripida. Anche molti negozi avevano le rampe, orribili e impossibili da percorrere.

Per fortuna non sono queste le esperienze che ti scoraggiano dall’intraprendere altri viaggi o che ti fanno abbassare l’umore perchè la capacità di vivere la disabilità sta proprio nella coltivazione di una buona e sana resilienza. Non si ha scelta se si vuole vivere serenamente in un mondo che fa di tutto per metterti in difficoltà. 
Quando si costruisce qualcosa che dovrebbe abbattere le barriere architettoniche l’idea predominante è quella della persona in sedia a rotelle accompagnata da qualcuno e tutto è progettato basandosi su questo preconcetto con l’incapacità di guardare a tutto tondo una realtà che in realtà ha molte sfumature e molteplici esigenze, ignorando totalmente anche l’esistenza di altri tipi di disabilità.


Io veramente credo che ancora troppo spesso si pensi che basta prendere una rampa per rendere accessibile qualsiasi cosa, ma è totalmente sbagliato perché bisognerebbe fare un passo oltre e chiedersi:  quale tipo di rampa? C’è lo spazio per una discesa superabile? Una rampa mal fatta è peggio di un gradino perché è un’opera ormai installata che molto difficilmente verrà rimossa o aggiustata, è un’opera finita con la quale si pensa di aver eliminato le barriere architettoniche. Invece spesso si è solo costruita una barriera al posto di un’altra. Un gradino quanto meno ti lascia la speranza che prima o poi verrà sostituito da qualcosa di decente.

Buone vacanze a tutti. O quasi.


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