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Davide Valeriani

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di Davide Valeriani

Fino ad ora ho cercato di raccontare le potenzialità dell’Inghilterra, le cose da cui si potrebbe prendere spunto per migliorare (seppur di poco) il nostro paese. Ma questa volta, per la gioia di tutti coloro che credono che l’Italia e i suoi abitanti non abbiano nulla da imparare dagli altri, non lo farò.

Fin da piccolo ho sempre immaginato l’Inghilterra come una nazione sicura, una sorta di paradiso che permetteva ai tifosi di andare allo stadio e vedere la partita senza barriere e ai poliziotti di andare in giro senza pistole.



Arrivato qui ti rendi conto che non è poi tutto oro quello che luccica. Sebbene la crisi economica qui si sia sentita meno rispetto ad altri stati e il livello di occupazione sia comunque più alto, anche qui ci sono tante persone disperate che vivono per la strada. Alcune di queste spesso finiscono nella piccola criminalità (scippi, furti), con il risultato che negli ultimi anni il tasso di criminalità nel Regno Unito è aumentato più che altrove, non solo nelle grandi città.

Oltre a questo c’è la conferma di uno dei tanti luoghi comuni: all’inglese piace bere. Ogni sera si vedono tante persone, di ogni età, sesso e estrazione sociale, vagare per pub o club per cercare la sbronza più grossa di sempre, a suono di Ale, birra o superalcolici.

Qualcuno di loro pensa che per rendere più divertenti le cose sia meglio portarsi dietro coltelli o qualche altro tipo di arma, così spesso accade che, complice l’alcol, nel mezzo della notte scoppi qualche rissa che mandi persone all’ospedale. Gli uomini della sicurezza presenti in ogni locale pubblico non sono spesso sufficienti ad arginare il problema. Giusto qualche sera fa l’ultimo episodio, qui a Colchester.

Recentemente Colchester è stato teatro (e lo è tuttora) di una vicenda che sta allarmando tutta la comunità. Una storia iniziata qualche mese fa con l’accoltellamento di un ragazzo in un parco pubblico nel pieno della notte, passato in sordina sulla stampa in quanto si pensava fosse la "solita rissa tra ubriachi”.

Un paio di settimane fa, però, un altro accoltellamento, questa volta in pieno giorno e con vittima una dottoranda araba della mia università. Erano le 10 di mattina e lei stava camminando sola per andare al campus: un uomo l’ha accoltellata 16 volte uccidendola sul colpo. A quanto pare, lo stesso serial killer.

Ovviamente la presenza di un serial killer a piede libero in una città di poco più di 100mila abitanti ha scosso profondamente tutta la comunità. Il fatto che una delle vittime fosse una studentessa ha fatto diffondere la paura anche tra gli studenti, alcuni dei quali stanno anche pensando di cambiare università.

Tuttavia, sebbene di omicidi ce ne siano in tutti i paesi del mondo (purtroppo), credo sia apprezzabile il modo in cui si reagisce a questi tragici eventi. La città ha fatto quadrato intorno alla sua comunità, mettendo in campo azioni e comportamenti per aiutarsi l’un l’altro a difendersi dal killer.

La polizia, seppure brancoli ancora nel buio, ha intensificato i pattugliamenti. Circa dieci agenti e operatori della sicurezza pattugliano ogni giorno il campus universitario, pranzando in mensa con gli studenti e rimanendo a disposizione per ogni esigenza. Alla lunga ti sembra di essere in galera, ma dopo un po’ ci fai l’abitudine. Per strada sono tante le macchine della polizia che si vedono passare, i posti di blocco, addirittura agenti che dormono in tenda, quasi fossimo in guerra.



Ma la polizia non usa solo i mezzi tradizionali: tramite Twitter e altri social media mantiene costantemente aggiornati i cittadini sui ricercati e i crimini più importanti, spesso chiedendo aiuto nel caso qualcuno avesse visto qualcosa o avesse informazioni utili alle indagini.



Tanto per fare un paragone, l’account della Polizia di Stato italiana aperto nel 2009 ha all’attivo... ben 3 tweet.



L’Università ha attivato autobus gratuiti per gli studenti, cicli di corsi di autodifesa e sicurezza tenuti dalla polizia, distribuzione di allarmi portatili per chiedere aiuto, strumenti di supporto psicologico per arginare la paura. Ci sono mailing list per organizzarsi tra studenti in una sorta di walksharing, ovvero per evitare di camminare da soli ci si accorda per fare lo stesso percorso insieme, che ci si conosca o no.



Si può discutere se questo “clima di guerra” sia più o meno utile: di sicuro non contribuisce alla serenità delle persone. Tuttavia ho sempre pensato che i problemi sia meglio affrontarli che nasconderli o far finta che non esistano. Questo clima mi ha fatto ricredere sul fatto che l’Inghilterra sia una nazione sicura, ma tutto sommato credo sia utile stare con i piedi per terra e avere coscienza della realtà.

Da quanto leggo dai giornali, a Reggio si continua con la solita strategia all’italiana, focalizzandosi su una parola fuori luogo piuttosto che sui problemi che quella parola voleva portare alla luce.

http://www.24emilia.com/immagini/Radiovasca/masini_sonia_mafia_555.jpg

Avanti così, la luce in fondo al tunnel è vicina e la crisi sta per finire.



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30/06/14 h. 13.07
Giuseppe dice:

Articolo molto interessante e ben spiegato.Condivido in pieno la tua analisi e mi auguro che al più presto si possa mettere in pratica anche da noi , strategie simili. Tutto questo però richiede , come ben sai , un cambio di cultura generale .Io cerco di insegnarlo alle mie figlie , ma non è semplice in una società come la nostra , dove ancora purtroppo , chi si impegna spesso viene declassato da chi invece tira a campare e se ne frega. Grazie per l'articolo e ...buona permanenza .

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