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Venerdì 21.11.2014 ore 19.39
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Francesco Barbieri

Silvio d'Arzo o dell'umanità


di Francesco Barbieri

Dopo le considerazioni di Ferretti, di cui abbiamo trattato nello scorso articolo, torniamo a parlare di Appennino attraverso l’autore più significativo che la nostra provincia abbia potuto annoverare nel Novecento in campo letterario. Sto alludendo, come alcuni avranno già intuito, a Ezio Comparoni, conosciuto ai più sotto lo pseudonimo di Silvio D’Arzo. Il testo in cui troviamo un vero e proprio distillato del territorio collinare emiliano è senza dubbio “Casa d’altri”, che un commentatore d’eccezione come Eugenio Montale ha definito con la lusinghiera formula di “racconto perfetto”.

Nato a Reggio Emilia nel 1920, Silvio D’Arzo vi morì, di leucemia, a soli trentadue anni. Di indole introversa e tendente alla ritrosia, Silvio D’Arzo, all’anagrafe Ezio Comparoni, mascherò la sua identità con una lunga serie di nomi d’invenzione. Pubblicò il suo primo libro alla precoce età di quindici anni. A venti compose il romanzo “All’insegna del buon corsiero”. Da Reggio si mosse raramente. Frequentò la facoltà di Lettere a Bologna e, una volta laureatosi, prese subito a insegnare. Conoscitore della lingua inglese, scrisse alcuni saggi molto interessanti su Conrad, Stevenson, James, Kipling e Maupassant.

“Casa d’altri” è il testo più noto dell’autore reggiano; uscì postumo nel 1953, un anno dopo la sua morte. Come nota Montale, in un articolo introduttivo redatto nel 1954 per il “Corriere della Sera”, esso “si inserisce in quella tradizione del ‘racconto lungo’ che nei suoi migliori modelli è a mezza via fra il romanzo breve e la prosa poetica. Punta soprattutto su effetti di ritmo, su pause, su un uso sapiente della cosiddetta ‘durata’. Solo un artista o un lettore di spirito meditativo può abbordare un tipo simile di racconto.”

Sempre dall’articolo di Montale possiamo mutuare una rapida sintesi del racconto: “Si svolge in un nudo villaggio del nostro Appennino. Personaggi, un vecchio prete e una vecchia lavandaia sola al mondo, distrutta dagli anni e dalla fatica. Lei vorrebbe uccidersi ma è religiosa e sente che le occorrerebbe una ‘dispensa eccezionale’ del prete, un’autorizzazione. Gli si confida in modo assai evasivo e non formula che tardi la sua straordinaria richiesta. Il prete si scandalizza e i due non si vedono più. Infine la vecchia muore (a quanto pare di morte naturale) e il prete fa venire da Bobbio le prefiche, le piagnone salariate che devono vegliare la salma”.

Montale è uno dei pochi commentatori che avvalla senza troppe incertezze l’ipotesi della morte naturale della vecchia lavandaia. Molti studiosi hanno invece insistito sulla duplicità del finale, che lascia aperto un margine per un’accettazione laica del suicidio (che verrebbe consumato) o, al contrario, la possibilità di una non accettazione cristiana (per cui non verrebbe attuato). Ma probabilmente - come per molte opere del Novecento - l’epilogo non si fa portatore di una verità unica: l’incompiutezza, l’insolvibilità divengono valori strutturali. Alberto Bertoni, critico e poeta, ricorda in tal proposito che “Casa d’altri” non è un racconto fondato sulla concatenazione di fatti, dietro alla quale l’autore si rende depositario di una qualche assolutezza, ma è piuttosto la narrazione del passaggio rituale dell’uomo attraverso il mondo, il dolore, la conoscenza, l’esperienza di Giobbe vissuta sul confine ultimo dell’esistenza.

Misterioso ed ambiguo rimane anche il significato del titolo. Potremmo dire che “Casa d’altri” è la condizione di chi sente il mondo estraneo a sé. Ma la casa del titolo, luogo chiave del racconto, assume valori su diversi piani. Il prete è escluso dalla casa di Zelinda, la vecchia deuteragonista, e in questo reciproco isolamento ogni uomo ci pare separato dal destino degli altri. Il silenzio del prete alla domanda della vecchia sull’ammissibilità del suicidio è per l’appunto il portato di tale esclusione, fisica e simbolica, della separatezza di ognuno. Infine c’è il significato primo del titolo, espresso esplicitamente da Zelinda, che allude al vivere non sentendosi più in casa propria: “Se in qualche caso speciale, tutto diverso dagli altri, senza voler fare dispetto a nessuno – quando è proprio come stare a dozzina, dimodochè non si può neanche chiamare casa tua – qualcuno potesse avere il permesso di andarsene”.

L’Appennino di D’Arzo, in “Casa d’altri”, è tutto fuorchè un luogo accogliente. E’ anzi un posto dove i lunghi periodi di isolamento, l’impotenza dell’uomo di fronte alla durezza dei fenomeni metereologici, le estenuanti fatiche del lavoro manuale, logorano la vita dei poveri abitanti e non lasciano spazio alla manifestazione dei sentimenti (“Difficilmente si piange quassù”, dice il narratore nel primo capitolo).

Così il protagonista del racconto - prete sessantenne, ingrassato, disilluso - spiega ad un curato diciottenne appena giunto in montagna quella che è la “routine” paesana: “Qui non succede niente di niente. E neppure a Braino, vedrete. E neppure in tutta quanta la zona fino quasi alla valle Gli uomini sono nei pascoli, adesso, e non tornano prima di notte: qualcun altro sta verso le torbe, e le donne a far legna qua e là. Se vi affacciate un momento in istrada, tutt’al più riuscirete a trovare una vecchia a soffiar sul fornello. Sempre che abbiate fortuna…O una capra. Magari anche solo una capra.

Non a caso nel corso del racconto ricorrono ovini con straordinaria frequenza. Come già nella “capra dal viso semita” di sabiana memoria, anche qui si verifica un cortocircuito. Sotto il peso del lavoro e la comunione di una vita semplice, il limite tra uomo e animale tende a divenire sempre più labile. Se da un lato assistiamo ad un antropizzazione degli animali (“Le capre si affacciano agli usci con degli occhi che sembrano i nostri”), dall’altro è soprattutto l’uomo a subire un abbassamento; questo è chiaro nell’ultimo discorso di Zelinda, che denuncia i termini del suo degrado esistenziale: “Io ho una capra che porto sempre con me: e la mia vita è quella che fa lei, tale e quale”.

Uomini-capre ma sempre uomini dopo tutto. Pochi autori come D’Arzo hanno saputo riflettere e interrogarsi sulla condizione dell’essere uomo. Uno degli approcci interpretativi più fruttuosi ad un racconto come “Casa d’altri”, a mio a avviso, può essere quello condotto attraverso la lettura di alcuni saggi da lui scritti negli anni ’40. Nel saggio intitolato “Joseph Conrad, o dell’umanità”, D’Arzo effettua sull’opera dello scrittore inglese valutazioni che potrebbero essere estese anche alla sua: “Tutti debbono affrontare la vita con mezzi al di sotto del proprio bisogno” ed ancora “è suggestivo e inafferrabile quell’alone di mistero che circonda sempre l’uomo”. Non sono frasi che sembrano riguardare da vicino Zelinda? D’Arzo insiste poi sulla solitudine dei personaggi di Conrad espressa in termini di esilio in terra, e rivendica la necessità di riscoprire il significato di una parola come “umanità”, perchè si corre il rischio che di parole pronunciate con un’eccessiva frequenza alla fine si perda il senso.

Anche il saggio dedicato a Polonio, celebre personaggio shakespeariano, pullula di spunti utili a chiarire la vicenda di “Casa d’altri”. Secondo D’Arzo il ciambellano Polonio riacquista “all’atto stesso della morte, tutta quella austerità e umanità che un’intera vita, volta al gioco di corte e al quotidiano trionfo, gli aveva ormai cancellato del tutto”. La morte assume quindi per D’Arzo una funzione “in un certo senso correggitrice” rispetto alle iniquità della vita. E poi ancora, in un articolo dedicato ad Henry James, lo scrittore reggiano si entusiasma per l’isolamento comunicativo dei personaggi “la loro condizione di esiliati, quella loro condanna ad aggirarsi fra luoghi e memorie, quell’impossibilità di comunicare, quella loro assoluta estraneità; a tutto e a tutti; anche a loro stessi”.

Questi sono soltanto alcuni degli spunti, proposti in uno stato embrionale, che un racconto come “Casa d’altri”, pur nella sua brevità, fornisce. Negli anni che intercorrono dalla redazione ad oggi, infatti, la critica si è sbizzarrita su un testo che si presenta come una miniera inesauribile di approcci ermeneutici: religioso, politico, geografico, psicoanalitico, intertestuale e stilistico - a partire dall’affiorare continuo nella prosa di di misure poetiche tra il settenario e l’endecasillabo.

Evitando di dilungarmi riguardo ad aspetti troppo specifici, vorrei concludere la mia pagina dedicata a “Casa d’altri” con un’ultima incursione sulla tematica del paesaggio, che in questo testo ha un ruolo di primo piano. In tal proposito Montale parla di una “partecipazione vasta ma non oziosa del paesaggio”. Bertoni invece osserva che per D’Arzo esso non è semplice scenario, né fondale, ma compimento figurale della vicenda dialogica che lega il prete a Zelinda. I toponimi sono fittizi, perciò non individuano con precisione la zona in cui D’Arzo ambienta la sua storia. E’ nella straordinaria efficacia lirica degli inserti descrittivi che l’Appennino emerge in tutta la sua semplice bellezza, e proprio con uno di questi voglio concludere.

Tutto il giorno era piovuto e piovuto come capita solo da noi […] I fossi erano già grigi d’acqua, il canale era in piena, dalle gronde rotte l’acqua cadeva a gomitoli, e non una gallina od un cane o una talpa dalla piazzetta fino in fondo alla valle. […] Aprii la finestra che dà sulla piana. Strisce di poggia e odor d’erba bagnata invasero tutta la stanza. […] E così tutto il giorno: ma poi, alle prime ombre, cessò: e quando nelle stalle le lanterne si accesero spuntò anche la luna. Non rotonda come in agosto, s’intende, ma più furba, e più lucida e fresca come se l’avessero tolta da un secchio: e tutti i monti e le creste già bianche ed i pascoli e il cimitero ed i boschi e giù, all’altro lato della valle, mi si aprirono più grandi che mai; tutto giovane e azzurro con qua e là qualche picchio d’argento.


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13/12/10 h. 21.09
Sara Di Antonio dice:

Sono ammirata, complimenti. Riuscire a far digerire Silvio D'Arzo a chi non l'ama è impresa ardua e da veri intenditori.
Grazie

08/12/10 h. 15.01
bravo BARBIERI dice:

Riconfermo la mia stima verso un giovane che scrive bene,
Lei Barbieri.
Cari saluti da una reggiana fuoriuscita.

01/12/10 h. 11.55
MT(Lemon) dice:

Molto bello.
Come sono anche tutti gli altri articoli di questo blog...

http://www.youtube.com/watch?v=sNs3R9k06dI

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