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Martedì 17.10.2017 ore 04.10
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Ilaria Patti

Referendum


di Ilaria Patti

Il giorno 22 Ottobre, come è ormai noto, nelle regioni italiane Lombardia e Veneto si terrà un referendum consultivo che mira ad ottenere una maggiore capacità decisionale delle suddette regioni.


 
Tuttavia, ancora una volta, il contenuto di questo referendum, politicamente e giuridicamente, è stato travisato e mal compreso, soprattutto sotto tre prospettive.
 
La prima: innanzitutto, NON si tratta affatto di un referendum finalizzato ad ottenere l’indipendenza di queste regioni dal resto dell’Italia, né tanto meno a sovvertire l’ordine costituzionale, né, in ultima analisi, ad ottenere necessariamente lo statuto speciale. 
Infatti verrà chiesto ai cittadini di esprimersi con il voto, (elettronico in Lombardia e cartaceo in Veneto), per dire se vogliono che la rispettiva giunta regionale faccia richiesta allo Stato di una maggiore autonomia per la regione, ciò tramite una procedura prevista dalla Carta Costituzionale, in particolare all’articolo 116 co 3 (introdotto con la riforma costituzionale stato-regioni 3\2001) che permette alle regioni con un bilancio in equilibrio di chiedere allo stato centrale di affidargli nuove competenze oltre a quelle affidate a tutte le regioni a statuto ordinario dal famoso titolo V della Costituzione. 
 
L’articolo in questione infatti recita, al comma 3: 
“Ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, concernenti le materie di cui al terzo comma dell'articolo 117 e le materie indicate dal secondo comma del medesimo articolo alle lettere l), limitatamente all'organizzazione della giustizia di pace, n) e s), possono essere attribuite ad altre Regioni, con legge dello Stato, su iniziativa della Regione interessata, sentiti gli enti locali, nel rispetto dei princìpi di cui all'articolo 119. La legge è approvata dalle Camere a maggioranza assoluta dei componenti, sulla base di intesa fra lo Stato e la Regione interessata.” 
La norma stabilisce quindi che la Regione interessata, sentiti gli enti locali, può chiedere di avere maggiori materie di competenza fra quelle indicate dall’articolo 117 in materia ad esempio di organizzazione della giustizia di pace, istruzione, ambiente, oltre che fra quelle attualmente concorrenti con lo Stato, come il coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario.
Ventisei competenze in tutto. Si chiama regionalismo differenziato. 
Per esercitare questo diritto espressamente previsto dalla legge non sarebbe necessario un referendum consultivo, dimostrazione ne è il fatto che la giunta regionale dell’Emilia-Romagna guidata dal presidente Stefano Bonaccini ha già attivato in tal senso, legittimamente, le procedure di negoziazione col Governo, dallo scorso luglio. 
 
Per cui le trattative potrebbero iniziare anche adesso, prima del referendum, o addirittura in totale assenza dello stesso. 
È stato semplicemente ritenuto, da parte di Zaia e Maroni, che la forza politica di un referendum consultivo eventualmente andato a buon fine potesse essere più dirompente rispetto alla mera iniziativa di una giunta regionale. 
In ogni caso Lombardia e Veneto non diventeranno Regioni a statuto speciale (ci vorrebbe un’apposita modifica costituzionale) né potranno gestire in proprio materie come sicurezza e immigrazione, come invece auspicano i governatori leghisti.
Il pacchetto di materie potenzialmente delegabili dovrà però imporre necessariamente una diversa ripartizione delle risorse, secondo la logica del «più competenze, più fondi».
 
La seconda prospettiva che si deve approfondire: la loro natura consultiva. 
Il giorno dopo lo spoglio infatti, in caso di vittoria del sì, non cambierà proprio nulla.
L’aumento di autonomia non sarebbe affatto immediato, né scontato. 
Al contrario lungo e tortuoso. 
Alle due regioni non saranno attribuite di diritto nuove forme di autodeterminazione, si aprirà invece una lunga fase di trattative Stato-Regione.  
Successivamente l’intesa fra Stato e Regione, una volta eventualmente firmata, deve essere ratificata con apposita legge, la quale per essere approvata deve ottenere il voto della maggioranza assoluta dei componenti (non bastano i presenti) delle due Camere.
Per queste difficoltà procedurali, infatti, la natura di questo referendum mi pare essere più politica che giuridica. 
Infatti posto che l’esito dei referendum non sarà vincolante, lo sarà il messaggio politico che uscirà dalle urne la sera del 22 ottobre. 
Anche il referendum sulla Brexit non era vincolante, ma di fatto lo è stato.  
Ancora di più: a determinare la solidità del messaggio popolare sarà soprattutto un risultato: non la semplice vittoria del sì, ma il livello di affluenza. 
In Veneto serve che voti la metà più uno degli elettori. In Lombardia, invece, non c'è quorum.
Qualunque Governo avrebbe la responsabilità politica di prestarne ascolto. 
 
La terza prospettiva mistificatrice: l’improprio paragone con il Referendum conclusosi da poco nella vicina Catalogna.
Il referendum in Veneto e Lombardia è infatti molto diverso da quello catalano: innanzitutto perché questo non riguarda l’indipendenza ma solo la possibilità di chiedere maggiori spazi di manovra allo Stato, e poi perché lo fa in un modo espressamente previsto dalla Costituzione. 
È stato detto che ugualmente, dal punto di vista politico, potrebbe essere utilizzato dalle forze politiche più vicine all’indipendentismo come arma per chiedere ulteriori rivendicazioni. 
Tuttavia in Italia, nel panorama attuale, queste forze sono decisamente minoritarie e molto frammentate. 
Infatti mentre in Catalogna è al potere un Governo indipendentista sorretto dalla maggioranza dei deputati, in Italia l’unica forza politica dichiaratamente autonomista è la Lega Nord, che per altro governa in coalizione con Forza Italia, la quale sul tema è molto più timida. 
In aggiunta, gli stessi leghisti sono divisi: i presidenti di regione, Roberto Maroni in Lombardia e Luca Zaia in Veneto, insieme alla vecchia guardia e tradizione del partito, considerano l’indipendenza come una delle principali battaglie e scopi della Lega Nord. 
Al contrario il segretario Matteo Salvini mira a trasformare il gruppo in un partito di destra radicale nazionale, come il Front National francese della Le Pen, slegato quindi dalle questioni territoriali. Per farlo deve abbandonare almeno parzialmente i vecchi slogan indipendentisti, che rappresentano un ostacolo per la crescita del partito nel Centro e nel Sud. 
 
È semplicemente un dato di fatto che le regioni più virtuose e in equilibrio con i conti (entrate e uscite) vogliano avere lo stesso trattamento delle regioni a statuto speciale o almeno un più ingente ritorno in regione del gettito fiscale. 
 
In Inghilterra, Scozia e Galles, il sistema della Council Tax (la tassa sui servizi pubblici) risponde alla logica del finanziamento pubblico effettuato dai residenti di un immobile per i servizi limitrofi di cui lo stesso potrà beneficiare. 
In Vermont, il sistema scolastico è finanziato dalle tasse sulla proprietà, vale a dire: area residenziale ricca= tasse sulla proprietà più alte= scuole migliori; area povera= tasse inferiori= servizi scolastici di peggiore qualità. (Sistema per altro contestato più volte dai tribunali e discusso dalla Corte Suprema del Vermont sulla base del fatto che l’educazione dovrebbe essere di competenza statale e quindi la redistribuzione delle tasse dovrebbe avvenire sul piano nazionale e non locale, in modo da evitare discriminazioni).

In conclusione, per riassumere e fare chiarezza una volta per tutte, quello del 22 Ottobre non sarà niente di più che un lecito referendum consultivo, giustificato costituzionalmente sulla base dell’articolo 116 co. 3, dal valore non vincolante ma essenzialmente politico, che, in caso di vittoria del sì, aprirà la strada a negoziati con il Governo che potranno portare all’aumento di autonomia regionale per Veneto e Lombardia su alcune materie di cui all’art. 117, come anche per l’Emilia-Romagna se verrà accolta anche la sua richiesta (avanzata senza un previo Referendum). 
Nulla a che vedere con indipendenza, separazione del Nord dal Sud Italia, cambiamenti repentini e radicali, modifiche del titolo V della Costituzione, analogie con Catalogna. 
 


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