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Sabato 03.12.2016 ore 10.39
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Perché domenica voterò Sì


di Roberto Lugli

Proviamo a domandarci: da dove ricomincerebbero i costituenti se improvvisamente ricapitassero da queste parti? Quali priorità si darebbero per rimettere in sella il loro (e il nostro!) paese, malandato fin che si vuole ma pur sempre dotato di un patrimonio straordinario dalle mille risorse e dalle quali potrebbero venire altrettante opportunità?

Di certo non perderebbero tempo a riaprire il cantiere politico che settant’anni fa fece rinascere il paese dalle macerie della guerra e che ora è divenuto nuovamente indispensabile per ricercare accordi e intese utili a riorganizzare un’Italia che oggettivamente fa fatica a reggere un passo competitivo credibile, in Europa e nel mondo.

Assodato che la nostra democrazia non corre attualmente alcun pericolo e che gli argini istituzionali (i poteri dello Stato) ideati nel ’47 contro ogni deriva nostalgica hanno ben funzionato (Costituzione rigida), i padri prenderebbero atto della profonda mutazione socio-economica del paese.

È l’Italia di oggi che impone un nuovo sistema di governo, capace di assecondare e sostenere senza invadenze le nostre potenzialità in modo più dinamico, per consentire al paese di muoversi con più agilità in uno scenario internazionale che dall’Italia si attende oramai da troppo tempo una ritrovata vitalità.

Certo, i costituenti si domanderebbero anche come ridurre concretamente i costi della politica e con ogni probabilità maturerebbero la convinzione che negli ultimi 30 anni qualche esagerazione di troppo c’è stata, che all’Italia del ventunesimo secolo non servono più 8mila Comuni, un centinaio di Province, 20 Regioni e un Parlamento strutturato in due rami che fanno lo stesso mestiere (bicameralismo paritario).

È una governance istituzionale dispendiosa, i cui costi diretti di funzionamento - elevati - alla fine rischiano di essere addirittura inferiori a quelli indiretti. E sono proprio questi ultimi i più mortificanti, poiché si materializzano nelle mancate occasioni di crescita che questo paese potrebbe cogliere ma che troppo spesso vengono compromesse da enti locali sottodimensionati (non sono pochi quelli che contano meno di 100 abitanti), conflitti di competenza tra lo Stato e i suoi organi periferici (Regioni in primis) e che continuano a nutrire una burocrazia al limite della vessazione, “nemica” dei cittadini e delle imprese.

Sì. Si può provare a cambiare. È responsabilmente doveroso. Non si può considerare il testo del referendum un atto di abiura nei confronti della Costituzione repubblicana del ’48 nata dalla Resistenza.

Domenica 4 dicembre viene chiesto agli italiani di confermare una legge più volte approvata e riapprovata definitivamente il 12 aprile scorso, che in buona sostanza vuole modificare compiti e composizione del Senato per dar voce a un territorio con cui Roma deve in modo nuovo rimettersi in proattiva sintonia.

Si propone pure di eliminare il Cnel: d’altronde proprio il contratto nazionale per il settore metalmeccanico sottoscritto unitariamente in questi giorni tra le parti sindacali dei lavoratori e Confindustria dimostra che le rappresentanze godono di un’autonomia progettuale propria, anche in assenza del Comitato dell’economia e del lavoro, messo allora in Costituzione quando delle competenze in esso allocate vi era evidente bisogno.

Ora, francamente non ricordo una campagna elettorale dai toni così accesi; questa sembra avviarsi a conclusione in un crescendo rossiniano incomprensibile. E dire che sobrietà di linguaggio e senso della misura sarebbero state di grandissimo aiuto a far comprendere la responsabilità della scelta rimessa domenica alle mani (e alla testa) degli elettori.

L’auspicio è che in queste settimane sia maturata tra la gente la consapevolezza della possibilità di promuovere una riforma capace di un cambiamento molto profondo del “sistema paese”, non un semplice e inutile ritocco di esso.

Tuttavia, se dal male viene il bene, la vittoria dell’uno sull’altro porterà comunque un po’ di chiarezza nei confronti delle forze politiche che su tali opzioni si sono spese. Le “strategie correntizie” del gioco minoranza-maggioranza in questo appuntamento appaiono inconciliabili e possono avere ripercussioni molto serie sugli equilibri politici che, giocoforza, sono destinati a modificarsi.

A livello parlamentare e, dunque, governativo. Da più parti vengono infatti molte rassicurazioni (e poche garanzie) in ordine alla continuità dell’attuale governo, sia che a prevalere sarà il Sì oppure il No. Va da sé che nella seconda ipotesi si aprirebbe una strada molto impegnativa; in proposito, qualche segnale è già emerso anche dalla recente Leopolda.

Infine rimangono senza argomentazioni plausibili il disconoscimento della corresponsabile paternità della legge, ora sottoposta a referendum. E inquieta ancora una volta l’inguaribile autolesionismo di cui è affetta buona parte della classe dirigente di questo paese, dimostrata con dosi letali di incoerenza nella totale incuranza del biasimo degli italiani che da qualche anno si ripresenta con la diserzione delle urne.

Nel 2001 ho sostenuto con convinzione la riforma in senso federalista del Titolo V della Costituzione, mediante la quale è stato assegnato alle Regioni un ruolo legislativo importantissimo. Una riforma che a mio parere andava nella giusta direzione, poiché si intendeva rafforzare il principio dell’autogoverno delle comunità. Difficile immaginare l’abuso che tante Regioni ne avrebbero fatto e al quale oggi i Costituenti porrebbero senz’altro urgente rimedio.

Roberto Lugli


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